A tavola, in un prestigioso circolo di Bruxelles, capita talvolta di comprendere meglio lo stato dell’Europa che in molte conferenze ufficiali. Soprattutto quando persone colte, raffinate e tutt’altro che populiste finiscono, magari inconsapevolmente, per ripetere gli slogan più efficaci della propaganda antieuropea.
Mi è accaduto proprio in questi giorni.
Un professore universitario belga ed un teologo francese criticavano con convinzione “Bruxelles”. Non l’Europa dei padri fondatori, precisavano, ma quella delle imposizioni assurde degli «eurocrati»: i pallini di piombo vietati nelle cartucce da caccia (uno dei miei interlocutori era cacciatore), i tappi di plastica che restano attaccati al collo delle bottiglie, le regole considerate invasive nella vita quotidiana dei cittadini.
Argomenti apparentemente banali. Ma proprio per questo pericolosi.
Perché dietro la caricatura dell’Europa del calibro dei cetrioli, dei tappi o delle cartucce si nasconde una vera guerra cognitiva contro l’Unione europea. Una guerra che punta a far percepire l’Europa come un’entità estranea, burocratica, ideologica e ostile alle identità nazionali.

È una narrazione potente perché si alimenta anche degli errori reali delle istituzioni europee. Sarebbe infatti falso e ridicolo negare che Bruxelles produca talvolta norme eccessivamente tecnocratiche, procedure incomprensibili e decisioni scollegate dalla percezione concreta dei cittadini.
Dopo oltre trent’anni trascorsi nelle istituzioni europee, non sarò certo io a santificare ogni meccanismo del Berlaymont e dintorni. Anzi. Ho spesso denunciato anch’io derive burocratiche e conformismi ideologici. E presto racconterò, con nomi, fatti e circostanze, alcune autentiche sciocchezze partorite dai nuovi criteri di accredito dei giornalisti presso le sale stampa delle istituzioni europee. Procedure che, nel dichiarato nome della trasparenza, rischiano invece di penalizzare proprio il pluralismo dell’informazione, la libertà di accesso dei giornalisti indipendenti e, in particolare, proprio dei giornalisti che sostengono maggiormente il progetto europeo. Un esempio perfetto di come certe burocrazie europee riescano talvolta a fare autogol, rendendo un pessimo servizio, oltre che alle istituzioni di cui fanno parte, ed ai cittadini e lettori, alla stessa idea europea.
Ma altra cosa è trasformare gli innegabili difetti delle istituzioni europee nella delegittimazione dell’unità europea.
Ho dovuto allora ricordare ai miei interlocutori una verità semplice, che troppo spesso viene ignorata o volutamente nascosta: regolamenti e direttive europee non nascono dalla fantasia di oscuri funzionari annidati nei corridoi della Commissione europea. Sono invece il risultato di processi lunghi, complessi e profondamente democratici, ai quali partecipano governi nazionali, parlamenti eletti, rappresentanti degli Stati membri, delle regioni, esperti tecnici, categorie professionali, lobby industriali, associazioni ambientaliste e stakeholder di ogni tipo.
Anche i famigerati tappi delle bottiglie di plastica, o il divieto dei pallini di piombo, derivano da decisioni approvate da ministri e parlamentari espressione dei governi democraticamente eletti negli Stati membri.
Naturalmente si può contestare il merito di una norma. È legittimo. Talvolta persino doveroso. Ma sostenere che l’Europa imponga arbitrariamente regole senza alcuna legittimazione democratica significa falsificare la realtà.
Nel mio libro “Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo”, ho spiegato come il filo conduttore del mio impegno di volontariato istituzionale, anche attraverso giornalismo e informazione, sia da tempo quello di “difendere l’Italia in Europa e l’Europa in Italia”, combattendo eccessi di stereotipi e luoghi comuni da entrambe le parti.
Ed è esattamente questo il punto. Anche se l’Europa deve essere difesa non solo in Italia, ma anche a Bruxelles, e dalla stessa «Bruxelles».
Perché l’Europa non è perfetta. Nessuna istituzione umana lo è. Ma senza Europa, oggi, i singoli Stati europei sarebbero infinitamente più deboli davanti alle grandi potenze geopolitiche, alle multinazionali digitali, alle crisi energetiche, alle guerre commerciali e persino alle minacce militari.
Lo sa bene anche chi ha servito contemporaneamente l’Italia e l’Europa. Come tanti appartenenti alle forze dell’ordine che, nel corso degli anni, hanno contribuito a difendere non solo gli interessi e i confini nazionali, ma anche quelli dell’Unione europea, nella lotta contro frodi, criminalità organizzata, traffici illeciti e attacchi agli interessi finanziari comuni. Nel mio libro ho ricordato con orgoglio come la mia Guardia di Finanza abbia saputo diventare, anche grazie alla sua proiezione europea, un autentico fiore all’occhiello italiano nelle istituzioni Ue.
Paradossalmente, molti di coloro che accusano Bruxelles di eccesso di regolamentazione sono poi gli stessi che pretendono un’Europa forte contro Russia, Cina, terrorismo, immigrazione illegale o dumping economico. Dimenticando che non può esistere una sovranità europea senza regole comuni.
La vera sfida, allora, non è demolire l’Europa. È migliorarla. Renderla meno autoreferenziale, meno ideologica, meno burocratica e più comprensibile ai cittadini. Anche proteggendola dalle sciocchezze che talvolta le sue stesse istituzioni producono.
Perché quando i cittadini europei finiscono per identificare l’Europa solo con un tappo di plastica o una cartuccia da caccia, significa che qualcuno sta vincendo la guerra della narrazione.
E noi europei rischiamo di accorgercene troppo tardi.
E da Bruxelles, anche per questa settimana, è tutto.

