Alessandro Butticé

Quando la toga per il NO mette in difficoltà persino la Guardia di Finanza

28 Febbraio, 2026

Cultura Identità, 28 febbraio 2026

La separazione dei poteri è architrave dello Stato di diritto. Ma cosa accade quando uno dei poteri – quello giudiziario – smarrisce il senso del proprio perimetro e si espone, apertamente, come soggetto politico militante? È la domanda che si impone di fronte alla vicenda della cena di sottoscrizione promossa dalla sezione romana dell’Associazione Nazionale Magistrati in favore del “No” al referendum presso il Circolo della Guardia di Finanza di Villa Spada, a Roma.

Villa Spada e il Circolo della Guardia di Finanza

Secondo «Il Giornale» on line del 27 febbraio, un volantino – rimbalzato di chat in chat nei salotti romani – parlava chiaro: “Buffet & dj set – 60 euro”, con ricavato devoluto al comitato “Giusto dire no”. Luogo indicato: Villa Spada, sede del Circolo della Guardia di Finanza a Roma. Un’iniziativa che avrebbe trasformato una struttura di un corpo di polizia in sede di raccolta fondi per una campagna referendaria di parte.

La cena sembra poi essere stata poi annullata. Ma il problema politico e istituzionale resta intatto.

Come vecchio Finanziere – il primo a prestare servizio presso le Istituzioni Ue, dal 1990 – ma anche come insignito dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana, residente a Bruxelles, sono stato sorpreso dalla notizia, dopo essere tempestato da richieste di informazioni da parte di concittadini e lettori increduli. Molti legati al Comitato del SI`di Bruxelles, al quale, ormai in congedo da molti anni, sia dalla Guardia di Finanza che dalla Commissione europea, presto il mio convinto sostegno. Per le ragioni, a difesa della reale indipendenza ed autonomia della magistratura, anche dalla gestione clientelare (che qualcuno, compreso un ex Presidente della Repubblica, ha definito di tipo « mafioso ») da parte delle correnti politiche che l’hanno governata negli ultimi tre decenni.

Allibiti, i miei interlocutori, soprattutto dopo che lo spettacolo-intervista «Oltre il Sistema» di Edoardo Sylos Labini a Bruxelles, durante il quale, il 25 febbraio, é stato intervistato Luca Palamara, si è dovuto svolgere presso la sala di un teatro comunale. Perché l’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, che avrebbe dovuto essere la sede naturale dell’evento, nel rispetto della dovuta par condicio di un’azione informativa sulla riforma dell’ordinamento giurisdizionale oggetto di referendum costituzionale, all’ultimo momento ha ritirato la disponibilità che aveva fornito in un primo momento. Rinunciando anche al corrispettivo pattuito, per l’affitto della sala, che, finanziato da una colletta privata tra i singoli promotori, che è andato, invece che nelle case dello Stato italiano, in quelle dell’amministrazione comunale belga.

Mie fonti molto attendibili mi hanno assicurato che alla Guardia di Finanza non era stato comunicato che l’evento, per il quale era stata affittata la sala, sarebbe servito a promuovere o finanziare la campagna per il NO.

Come vecchio Finanziere non potrei credere il contrario. Conoscendo la correttezza istituzionale e la prudenza delle Fiamme Gialle, cui mi onoro di appartenere, anche se nella forza in congedo, oltre che la serietà e la professionalità dell’attuale Comandante del Circolo di Villa Spada. Diverso sarebbe stato, invece, se Villa Spada fosse stata la sede di un dibattito informativo tra l’ANM ed i sempre più numerosi magistrati che sono a favore della riforma. Perché sarebbe stato un servizio offerto nella par condicio.

Sono comunque certo che, nei prossimi giorni, verrà sciolto ogni dubbio in proposito, perché non mi sorprenderei di leggere interrogazioni parlamentari al Ministro dell’Economia e delle Finanze.

Perché le sedi che fanno capo alle forze dell’ordine non sono sale parrocchiali né club privati: rappresentano lo Stato. Sono luoghi che devono restare impermeabili a qualsiasi utilizzo politico. Oppure garantire la par condicio, ospitando sia eventi a favore del “Sì” che del “No”. Se l’autorizzazione fosse stata concessa conoscendo il reale scopo dell’evento, cosa che non posso credere, saremmo davanti a un fatto gravissimo. Se invece lo scopo fosse stato taciuto, come sembra essere avvenuto dalla lettura de «Il Giornale» e da quanto mi è stato riferito, seppure non da fonti ufficiali, cui non sono riuscito ad acceder, sarebbe non meno grave: significherebbe che qualcuno ha ritenuto lecito omettere la verità, pur di ottenere una sede istituzionale per una raccolta fondi.

In entrambi i casi, si tratta di un corto circuito istituzionale.

Il volantino, l’Iban e il “giallo” organizzativo

Secondo «Il Giornale», il materiale diffuso – con tanto di Iban riconducibile alla sede distrettuale dell’ANM di Roma – non riportava recapiti telefonici, ma solo una causale per il bonifico. Una comunicazione improvvisata, con il logo di una nota applicazione per la creazione di volantini, più simile all’invito di una festa privata che all’iniziativa dell’associazione che riunisce i magistrati italiani.

E qui si apre un altro tema: è accettabile che una qualunque sezione dell’organismo rappresentativo di chi decide della libertà e della reputazione dei cittadini italiani organizzi eventi di finanziamento politico come un qualsiasi soggetto di partito?

L’ANM non è un circolo culturale qualunque. È l’associazione di categoria di chi esercita una funzione costituzionale delicatissima. Ogni sua scelta pubblica ha un peso che travalica la legittima libertà di espressione del singolo magistrato.

Le parole di Gasparri e il ruolo del CSM

Il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha parlato di “condotta scandalosa” e di utilizzo improprio di strutture statali, chiedendo che la vicenda non venga archiviata nel silenzio. Ha inoltre invocato l’attenzione del Presidente del CSM.

Al di là delle legittime polemiche politiche, la questione è sostanziale: l’associazione della magistratura può continuare ad assumere un ruolo militante in una competizione referendaria senza incrinare il principio di imparzialità che costituisce la ragion d’essere della magistratura che vuole rappresentare?

Non si tratta di negare ai singoli magistrati i diritti politici, che spettano a ogni cittadino. Si tratta di distinguere tra il diritto individuale e l’azione collettiva di un’associazione che vuole rappresentare un ordine dello Stato.

Quando la toga, attraverso la sua associazione di categoria che vuole assumere un ruolo istituzionale, si trasforma in strumento di mobilitazione politica, il rischio è che l’immagine di neutralità venga compromessa agli occhi dei cittadini. E la fiducia è il capitale più prezioso della giurisdizione.

Una questione di misura e di rispetto delle istituzioni

In una fase delicata per il Paese, con un referendum che tocca assetti fondamentali della giustizia, sarebbe auspicabile un supplemento di prudenza. Le riforme si possono criticare, contestare, combattere nel dibattito pubblico. Ma farlo raccogliendo fondi con dj set e buffet in sedi di corpi di polizia appare, nella migliore delle ipotesi, una scelta inopportuna.

Le istituzioni non sono terreno di conquista. Non possono diventare teatro di campagne di parte. Villa Spada, come detto, sarebbe potuto essere un’ottima location per ospitare, ad esempio, un dibattito tra l’ANM ed i sempre più numerosi magistrati che, sfidando le ritorsioni e la vendetta fredda del « Sistema », ben descritto da Palamara, pubblicamente, oltre che in privato, sostengono la riforma. Oppure, sempre per fare un esempio, se avesse ospitato, oltre all’evento dell’ANM, anche lo spettacolo-intervista a Palamara, “Oltre il Sistema” di Edoardo Sylos Labini. Come ci sarebbe piaciuto vederli, nella par condicio, all’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles.

Perché se passa l’idea che ogni corpo dello Stato possa mobilitarsi come soggetto politico organizzato e di parte, allora la distinzione tra poteri – cardine della nostra democrazia – rischia di trasformarsi in un ricordo formale.

E questa, sì, sarebbe una sconfitta per tutti.