Alessandro Butticé

Il mito del posto europeo: assalto ai concorsi Ue tra vocazione e disillusione

6 Maggio, 2026

L’Identità, 6 maggio 2026

Oltre 170 mila candidati per circa mille posti. Più di 80 mila italiani.

Se qualcuno avesse ancora dubbi sull’attrattività dell’Unione europea, questi numeri li spazzerebbero via. Ma raccontano anche un’altra verità, meno comoda: mentre la politica spesso contesta Bruxelles, decine di migliaia di giovani fanno la fila per entrarci.

Non è una contraddizione, é un cortocircuito.

Da patriota italiano ed europeo – convinto, ma non cieco – continuo a pensare che non esista un’Italia davvero forte fuori da un’Europa unita. Ma proprio per questo non ho mai creduto nell’europeismo di maniera. Difendere l’Europa significa anche criticarla, quando serve, per aiutarla a crescere. Come faccio io da quando ho cessato il mio servizio presso le Istituzioni Ue, nel tentativo di spiegare – in tutta indipendenza e libertà – l’Europa agli italiani e l’Italia agli europei. Fuori da stereotipi o dalla sterile retorica, tanto comodi quanto dannosi.

Il mito del “posto europeo” comunque resiste, anche se la realtà è più complessa.

L’assalto italiano (e il silenzio degli altri)

Il primo dato che colpisce non è il numero complessivo. È la provenienza: gli italiani dominano.

«La distribuzione dei candidati è fortemente sbilanciata, soprattutto per la presenza esorbitante di italiani», osserva Cristiano Sebastiani,  leader del principale sindacato della funzione pubblica Ue: Rinnovamento&Democrazia (R&D). In molti altri  Stati membri, la partecipazione è stata «normale o addirittura inferiore alle attese».

Non è solo vocazione europea, ma anche una risposta alle debolezze del nostro mercato del lavoro. Lo dice senza giri di parole: «questa partecipazione straordinaria è anche una dimensione della fuga dei cervelli, ma pure della cultura del posto fisso».

Negli altri Paesi, Bruxelles è spesso una tappa, mentre in Italia, resta un approdo.

Dentro le istituzioni: meno mito, più realtà

E poi c’è la realtà interna: «sono testimone diretto della delusione di nuovi colleghi», ammette Sebastiani. Ma la spiegazione è meno ideologica di quanto si creda: «molto dipende dal servizio presso il quale si è assunti».

La Commissione — e più in generale le istituzioni europee — «non sono una struttura monolitica», ma piuttosto «un catalogo di approcci manageriali», dove convivono modelli «arcaici» e altri «visionari».

Tradotto: non esiste “la” Commissione, il Consiglio, il Parlamento. Esistono tante Commissioni europee, tanti Consigli, tanti Parlamenti. O meglio, tante direzioni generali, direzioni e unità quante quelle che compongono le istituzioni.

Italiani: criticati fuori, richiesti dentro

Resta però un paradosso. All’estero, l’Italia continua a scontare stereotipi duri a morire. Ma, nella pratica, le competenze dei funzionari italiani sono spesso molto apprezzate. Lo posso testimoniare personalmente, anche per il contributo personalmente dato – sin dal lontano 1990 – a far riconoscere eccellenze come la Guardia di Finanza, oggi punto di riferimento europeo nella lotta alle frodi e nella tutela della legalità.

Segno che il problema non è sempre ciò che siamo, ma anche come veniamo percepiti. E, talvolta, come ci raccontiamo noi stessi, a cominciare dalla stampa nazionale.

Cristiano Sebastiani

Motivazioni forti, sistema sotto pressione

Cosa spinge oggi a diventare funzionario europeo? Non vi è una sola risposta a questa domanda.

«Accanto a chi cerca stabilità economica, ci sono sempre più candidati che danno priorità alla qualità del lavoro e alla flessibilità. Questi ultimi rifiutano un approccio puramente gerarchico», spiega Sebastiani, che prima di giungere alla Commissione europea è stato avvocato, dopo aver prestato il suo servizio militare come ufficiale paracadutista dei carabinieri del Tuscania.

Ma le riforme degli ultimi anni hanno cambiato gli equilibri: «le condizioni offerte ai nuovi colleghi non sono più così competitive».

Risultato: alcuni Paesi non riescono più a suscitare l’interesse e la partecipazione dei  loro migliori talenti. E questo «pone un problema politico e qualitativo reale», legato allo squilibrio geografico del personale.

 

 

Il rischio della disillusione

Il vero nodo non è attrarre, ma trattenere. Perché quando il mito si scontra con la realtà, la delusione può emergere, e non sempre basta adattarsi.

Sebastiani lo dice chiaramente: «consiglio spesso ai colleghi insoddisfatti di ricorrere alla mobilità per trovare un servizio più conforme alle loro attese». Ma non tutti possono farlo, e lì nasce il problema.

Un sistema ancora credibile?

Eppure, nonostante tutto, la motivazione resiste. «L’entusiasmo di contribuire al progetto europeo resta assolutamente solido», assicura. E aggiunge: «le critiche spesso diventano un incentivo a fare meglio».

Ed è forse questo il dato più importante. Perché l’Europa non è perfetta, ed ancor meno lo sono le sue istituzioni. Non lo sono mai state. Ma continuano ad essere necessarie.

Difendere l’Europa, anche da sé stessa e dalle sue istituzioni

Questo concorso è vittima del suo successo quantitativo e rappresenta una sfida senza precedenti per l’Ufficio Europeo per la selezione del personale (EPSO), che è responsabile della sua organizzazione. Ma chi crede davvero nell’Europa ha il dovere di dirlo: i problemi non si risolvono negandoli.

L’Europa non va demolita, ma non va neppure santificata.

Va corretta, come vanno corrette anche scelte errate delle sue istituzioni. Migliorata e difesa anche dai loro errori.

Perché senza Europa non c’è futuro per l’Italia.

Ma senza un’Europa migliore, quel futuro rischia di deludere proprio quei 170 mila – soprattutto italiani – che oggi continuano ancora a crederci.

E anche per questa settimana, da Bruxelles, è tutto.

 

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L’intervista completa a Cristiano Sebastiani é stata pubblicata su Eurocomunicazione