Alessandro Butticé

Coronavirus: siamo davvero vittime del pregiudizio europeo o delle nostre particolarità istituzionali?

12 Marzo, 2020

Nonostante diverse grida al complotto anti Italia, che sarebbe stata lasciata sola e penalizzata dagli altri Paesi europei anche di fronte al Coronavirus, a parte qualche eccezione e stupidità individuale – tipo il video cretino di Canal+, immediatamente ritirato dalla rete – non ho davvero visto, pur vivendo la maggior parte del mio tempo all’estero, particolare malizia o pregiudizio nei confronti dell’Italia, di fronte a un’epidemia che rischia di diventare pandemia, e quindi riguarda tutto il pianeta.
Non dimentichiamo che le notizie allarmiste sull’Italia rispetto alla situazione negli altri paesi – amplificate dai media e sui social – sono venute dall’Italia, non dall’estero, ove non fanno nient’altro che riprendere i lanci nazionali.
Vivendo da quasi 30 anni a Bruxelles, dove non è vero che il virus non ci sia già – e chissà da quanto tempo – ma dove è stato evitato sinora un approccio troppo allarmista, non posso non comparare i sistemi mediatici e giudiziari di due paesi molto diversi tra loro anche se apparentemente simili ed entrambi fondatori dell’Unione Europea. Fatta la comparazione mi pongo una domanda. Se il non ingiustificato timore dei nostri governanti e amministratori per il rischio di ricadute giudiziarie-mediatiche, dovute in gran parte ad un sistema mediatico-giudiziario nei fatti molto diverso da quello della maggior parte degli altri paesi europei, e che non risparmia nessuno dalle sue bizzarrie, non abbia forse portato al più alto livello della loro autotutela nella gestione dell’emergenza Covid-19. Autotutela che non necessariamente coincide sempre con la tutela generale del cittadino che, assieme al bene primario della salute, si aspetta dalle pubbliche autorità di essere tutelato anche sotto altri profili, compreso quello della sopravvivenza economica. Mi chiedo cioè se, di fronte al rischio di un qualunque sostituto procuratore della repubblica che potrebbe promuovere un’indagine nei confronti del presidente del consiglio dei ministri, di un ministro, o di tutto il governo per il reato di epidemia colposa, ovvero di diffusione cagionata per colpa di agenti patogeni (combinato disposto degli articoli 438 e 452 del codice penale), dovuta a una qualche omissione, i nostri governanti non abbiano soprattutto cercato di proteggersi a catena da ogni possibile addebito personale.
Perché la grande trasparenza ed il rigoroso rispetto dei dettami del mondo scientifico utilizzati nella gestione della crisi – che devo riconoscere all’Italia molto più che ad altri paesi – se non attuata di concerto e assieme agli altri stati UE, e soprattutto con i più vicini, rischia di condurre agli stessi effetti della nostra politica antinucleare. Così come le frontiere non ci proteggono dal diffondersi delle radiazioni nucleari, non ci proteggeranno neppure dal virus. E così come paghiamo da decenni l’energia elettrica molto più cara dei francesi – dai quali importiamo quella prodotta dalle loro centrali nucleari – potremo fare tutte le quarantene prescritte dagli esperti sanitari, ma se le stesse misure non verranno attuate al più presto anche dai nostri vicini, ci beccheremo il virus proveniente dalla Francia, dalla Germania o magari anche dallo stesso Belgio. Pur essendoci accollati, da soli, il grosso prezzo della nostra pur encomiabile attività di argine all’epidemia, e di maggiore trasparenza di altri sui casi veramente accertati.
La principale differenza con l’Italia, infatti, è a mio avviso che tutti gli altri paesi, nel tutelare gli interessi dei propri cittadini, tengono maggiormente conto dell’interesse globale. Che, oltre a quello certamente prioritario della salute, è anche economico e di ordine pubblico. Ricordo una recente intervista televisiva ad un noto epidemiologo, il quale diceva giustamente che, come epidemiologo, avrebbe chiuso subito tutte le zone contagiate e messo tutta la cittadinanza in quarantena. Precisando subito dopo, però, che lui non era un economista né un politico. Perché per prendere decisioni politiche si devono tenere conto anche di altri interessi non troppo meno importanti della stessa salute dei cittadini. Ed è quello che sembra abbiano sinora voluto fare i governanti di tutti gli altri paesi. I quali però, salvo il dolo manifesto, non hanno l’incubo di poter essere triturati da una qualsiasi Procura della Repubblica del territorio nazionale, per scelte politiche e di governo che ritengono legittime, e di dover prendere per tutelare l’interesse globale e strategico, compreso quello sanitario, del proprio paese.
Perché negli altri paesi – eccetto che per fatti gravissimi, spesso appositamente previsti dalle costituzioni nazionali – per i loro atti di natura politica i governanti rispondono normalmente solo al giudizio politico e dei loro elettori.
E questa grande differenza, che caratterizza il nostro Paese rispetto alla maggior parte dei nostri partner, a mio avviso, ha forse in gran parte contributo a giustificare il differente approccio sinora, e sottolineo sinora – perché penso di non sbagliarmi nel credere che le stesse misure italiane verranno presto adottate in tutta la UE -, tra l’Italia e tutti gli altri Paesi, Cina esclusa, di fronte allo stesso identico problema, con gravissime conseguenze economiche e di immagine pagate, sinora, unicamente dall’Italia. Con questo non voglio affermare che gli altri Paesi abbiano fatto meglio di noi. Voglio semplicemente cercare di analizzare più freddamente di quanto abbia letto in certi commenti pubblicati sulla stampa o che circolano sui social, le diverse situazioni nazionali, provando a capire le ragioni della diversità delle scelte fatte di fronte allo stesso drammatico problema. Che nessuno potrà mai fermare alle proprie frontiere.
Prendersela sempre con gli altri Paesi o con l’Europa, in uno spirito di vittimismo e di persecuzione, ignorando invece veri problemi istituzionali e strutturali che stanno alla base di scelte diverse – e che a chi scrive appaiono antichi e nostrani – a me sembra un po’ come abbaiare alla luna. Rischiando di continuare a farci del male da soli.