Il 13 gennaio 2026, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, si è tenuto uno spettacolo teatrale di alto valore civile e istituzionale: “Rocco Chinnici. Il coraggio e la passione di un padre magistrato”, scritto e diretto da Ugo Bentivegna e interpretato con rigore e intensità da Filippo Luna e Silvia Siravo.
Non è stato un appuntamento qualunque. È stato, piuttosto, un momento necessario di memoria, verità e responsabilità pubblica, nel nome di Rocco Chinnici, magistrato visionario e martire della lotta alla mafia, ucciso perché comprese prima di altri che Cosa Nostra dovesse essere affrontata insieme, rompendo l’isolamento dei giudici e aprendo la strada all’esperienza del pool antimafia.
Lo spettacolo, che si inquadra nelle celebrazioni in occasione del centenario della sua nascita, ha restituito con sobrietà e forza il profilo umano e istituzionale di Chinnici: un servitore dello Stato che ha concepito la giustizia come servizio, non come potere; come responsabilità collettiva, non come protagonismo individuale. In questo senso, il racconto teatrale si è fatto strumento di memoria civile, capace di distinguere tra i giganti della storia repubblicana e chi, oggi, talvolta si autocelebra senza averne sempre lo spessore morale né il coraggio.
L’importanza dell’evento, aveva previsto la presenza del Primo Vicepresidente del Consiglio, e Ministro per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, intrattenuto a Roma per le recenti emergenze geopolitiche, come ricordato da Direttore di Chiara fama dell’Istituto, Prof. Pierre Di Toro.
Accanto a Chinnici, la memoria dei presenti é inevitabilmente ad altri due pilastri della giustizia italiana, nominati durante lo spettacolo: i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che Rocco Chinnici volle accanto a lui, nella sua squadra. Uomini diversi per carattere e sensibilità, ma accomunati da una stessa idea di Stato di diritto, fondata sull’indipendenza della magistratura, sul rispetto delle regole e sulla necessità di riformare il sistema per renderlo più giusto ed efficiente.

Non è un caso ricordare, soprattutto di questi tempi, che Giovanni Falcone, con lucidità, modernità e coraggio, nonostante gli attacchi di alcuni suoi colleghi, sosteneva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, nella convinzione che un giudice realmente terzo, distinto dall’accusa, fosse condizione imprescindibile per una giustizia credibile, imparziale e sottratta tanto alle pressioni politiche quanto alle logiche correntizie. Una visione che oggi appare più attuale che mai, e che non indebolisce la magistratura, ma anzi la rafforza, restituendole autorevolezza e fiducia agli occhi dei cittadini.
Lo spettacolo ha avuto anche il merito di rendere onore a Caterina Chinnici, magistrato ed europarlamentare di FI, che porta avanti con sobrietà e determinazione l’eredità morale del padre, declinandola nell’impegno istituzionale europeo per la legalità, i diritti e una giustizia realmente indipendente. Anche dalle spesso smodate ambizioni di alcuni magistrati di questo secolo. La sua presenza ideale e simbolica ha dato ulteriore profondità a un racconto che non guarda al passato con nostalgia, ma al futuro con responsabilità.

In un tempo in cui la giustizia rischia talvolta di essere piegata a logiche di parte, ricordare un gigante come Rocco Chinnici significa tornare all’essenziale: indipendenza dalla politica, autonomia dalle correnti, sobrietá e compostezza, centralità del giudice terzo e coraggio della riforma, sempre piú bipartisan.
Questo spettacolo, con il linguaggio del teatro e la forza della memoria, ha suscitato la standing ovation finale del numeroso pubblico che ha gremito il teatro dell’Istituto. Ricordando che la giustizia italiana si onora non riscrivendo le storie, ma riconoscendo i giusti. E che solo distinguendo tra chi ha servito lo Stato fino al sacrificio estremo e chi ne evoca il nome senza condividerne i valori, si può costruire una riforma autentica, all’altezza dei giganti e veri martiri ed eroi che ci hanno preceduto.

