Alessandro Butticé

Fisco e sicurezza: chi tutela i cittadini e le imprese se tutti fanno tutto?

4 Novembre, 2026

L’Identità, 4 novembre 2026

Da Bruxelles osservo l’attenzione che altri Paesi europei riservano alla spesa pubblica. Da patriota, italiano ed europeo, mi rammarico sempre quando le forze di polizia italiane, che lamentano continuamente – spesso a giusto titolo – scarsità di risorse, sembrano dimenticare le competenze di cui già dispongono.

Il 28 ottobre il Comando Generale dei Carabinieri e l’Agenzia delle Entrate hanno annunciato pubblicamente un protocollo quinquennale di formazione e collaborazione nel contrasto agli illeciti economico-finanziari, firmato dal Comandante generale dell’Arma Salvatore Luongo e dal direttore dell’Agenzia Vincenzo Carbone. Mi ero chiesto immediatamente: perché?

Immediatamente dopo è arrivato il contrordine, reso pubblico da Stefano Iannaccone su Domani, e successivamente dal Fatto Quotidiano: il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha congelato l’intesa, sottoscritta senza che il ministero fosse preventivamente coinvolto.

Se così stanno le cose, plaudo al ministro Giorgetti. Non per gelosie istituzionali da vecchio Finanziere, ma per la tutela delle competenze, delle responsabilità e, soprattutto, del buon uso delle risorse pubbliche che, come cittadino e contribuente, pretendo.

Mi sorprende ancora di più apprendere che, da quanto mi consta, neppure il Comando generale della Guardia di Finanza sarebbe stato preventivamente informato, né dal Comando generale dei Carabinieri né dall’Agenzia delle Entrate. Registrando in pubblico unicamente la voce dei sindacati dei finanzieri, e di uno storico sindacalista in pensione come l’Ispettore delle Fiamme Gialle Salvatore Scino, che hanno giustamente sollevato il problema. Come ha riferito Libero, USIF, SILF e SIAF – assieme a Scino sui social – hanno denunciato il rischio di duplicazioni operative, dispersione di risorse e sovrapposizioni.

Non si è fatta attendere la replica, altrettanto piccata, per ragioni opposte, ma a mio avviso meno motivate, dei sindacati dei Carabinieri.

Se posso comprendere il silenzio dei rispettivi Comandi generali che, per evitare ulteriore imbarazzo e spiacevoli scontri istituzionali in questo delicato momento per la sicurezza nazionale, hanno preferito lasciare parlare in pubblico i sindacati, ho invece difficoltà a comprendere chi – come InfoDifesa in un redazionale – ha fatto allusione ad uno screzio politico tra il Ministro dell’Economia e delle finanze, il leghista Giorgetti, ed il Ministro della Difesa di FdI, Crosetto. Dimenticando che la funzione di polizia dei Carabinieri non fa capo al Ministro della Difesa ma a quello dell’Interno, la cui responsabilità è di un altro leghista, Piantedosi.

Sgombrando a mio avviso ogni controversia politica su quello che considero un mero cortocircuito tra corpi, palazzi e amministrazioni dello Stato, un’altra domanda corre d’obbligo. Possibile che un accordo sulla formazione in materia di “sistemi di controllo e verifica tributaria ed erariale”, ancorché approfittando forse della eccessiva prudenza, se non distrazione, di Via XXI Aprile – coincidente col fine mandato dell’attuale Comandante generale della Guardia di Finanza, e l’incertezza sul nome e la data scelti dal Governo e dal Capo dello Stato per la sua successione – nasca senza consultare il corpo specializzato in quella materia? Se l’avessero invece consultato, la cosa sarebbe ancora più grave. Perché non è questione di precedenze tra uniformi, o accordi tra i vertici, ma una questione elementare utilizzo giudizioso delle risorse e coordinamento istituzionale.

Il pluralismo non è confusione

Condivido pienamente la sorpresa dei sindacati dei finanzieri e di Salvatore Scino, apprezzando che abbiano preso una rapida e ferma posizione pubblica. Perché difendere la professionalità di un Corpo non significa difendere un privilegio corporativo, ma chiedere che lo Stato valorizzi, senza ulteriori e inutili sprechi, ciò che ha costruito e mantiene a spese del contribuente.

Ribadisco oggi quanto ho avuto modo di ricordare quando, su altre testate, qualche anno fa fui tra i pochi a denunciare pubblicamente il tentativo dell’allora direttore di Agenzia Dogane e Monopoli, Marcello Minenna, di “militarizzare” ADM, facendone una sorta di ennesima forza di polizia che avrebbe costituito un costoso ed inutile doppione della Guardia di Finanza.

L’Italia dispone – da oltre due secoli e mezzo – di un Corpo di Polizia Economica Finanziaria composto oggi da quasi 60.000 finanzieri, reparti investigativi e di formazione, e una specializzazione nella tutela della legalità economica e finanziaria all’avanguardia in Europa e nel mondo. Che la maggior parte degli altri paesi non ha e ci invidia, perché non può permetterselo.

Se i Carabinieri hanno bisogno di un’infarinatura di polizia economico-finanziaria – e potrei anche comprenderlo – perché non chiedere alla Guardia di Finanza di fornirla? E perché sottrarre tempo e competenze, da un lato ai propri militari, distratti dai loro  prioritari compiti istituzionali, e dall’altro all’Agenzia delle Entrate, che ha già una missione molto impegnativa?

In Europa ho sempre difeso il pluralismo investigativo italiano: Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia penitenziaria, Guardia Costiera, Polizie locali e altri organismi con funzioni di polizia giudiziaria. Un pluralismo che é ricchezza democratica e operativa, che solo i paesi più ricchi e liberali possono permettersi. A fronte del monopolio e accentramento investigativo che è tipico dei regimi totalitari o più poveri. Alla condizione però che questo pluralismo venga utilizzato con giudizio.

Perché troppo è troppo. Quando tutti si occupano di tutto, non si capisce più chi risponda di cosa. E la collaborazione ed il coordinamento, anziché migliorare l’efficienza, rischiano di diluire le responsabilità. Che nel nostro Paese, quando sorge un problema, si ha spesso l’abitudine di scaricare sugli “altri”.

Il paradosso è che l’Italia, secondo Eurostat, figura tra i Paesi europei con più operatori di polizia in rapporto alla popolazione, mentre i singoli Corpi denunciano sistematicamente carenze rispetto agli organici previsti. Non basta però chiedere più personale, occorre anche, e soprattutto, chiedersi dove e come venga impiegato.

Imprese e contribuenti: quanti controllori ancora?

Operatori economici e imprese sono già sottoposti a visite e controlli di Guardia di Finanza, Agenzia delle Entrate, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Carabinieri – dei NAS, del Comando per le tutela del lavoro, del Comando Tutela Ambientale, Forestale e Agroalimentare – e di altri svariati enti, che non sempre coordinano le proprie visite ispettive tra loro.

Dovrebbero temere in futuro una moltiplicazione dei controlli economico-fiscali anche da parte dei Carabinieri?

Il protocollo, va precisato, non conferisce nuovi poteri tributari. Ma la direzione scelta pone una questione di metodo.

La materia fiscale è delicatissima e molto complessa, già segnata da un vasto contenzioso tributario e penale a causa di verbalizzazioni talvolta rivelatesi infondate, se non temerarie.  Anche da parte della stessa Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate (per onestà intellettuale è cosa che non può essere sottaciuta). Un accertamento avventato, magari finalizzato all’ottenimento di statistiche operative gonfiate, o titoli strillati sui giornali, può compromettere un’impresa, bloccare investimenti, danneggiare reputazioni. Prima di venire archiviato, dopo anni di ingiuste sofferenze, dalla giustizia penale o tributaria, un’impresa può anche fallire ed un contribuente vedersi rovinata la vita. Sono situazioni reali, non teoriche.

Servono quindi specialisti sempre meglio preparati, non dilettanti allo sbaraglio. Se vogliamo tutelare i contribuenti onesti, sostenere le imprese e attirare capitali stranieri, occorrono certezza del diritto, controlli competenti e responsabilità riconoscibili.

Più sicurezza, meno sovrapposizioni

Nutro da sempre grande stima per l’Arma dei Carabinieri e per il servizio quotidiano, e di prossimità, che offre ai cittadini. Proprio per questo vorrei vedere meno Finanzieri impiegati in ordine pubblico e più Carabinieri e Poliziotti dedicati alla sicurezza dei cittadini.

Furti, aggressioni, rapine e microcriminalità non sono questioni minori. Non esistono soltanto i white collar crimes, per quanto i reati dei colletti bianchi assicurino oggi maggiore attenzione mediatica in programmi televisivi come Report.

Il comunicato dei Carabinieri assicura che il protocollo non comporta nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Bene. Ma il tempo di militari e funzionari, le ore di formazione e le strutture utilizzate hanno comunque un costo.

Con un debito pubblico prossimo al 140% del PIL, e con i Paesi cosiddetti frugali pronti a contestarci ogni richiesta di flessibilità europea, abbiamo il dovere di dimostrare rigore anche nell’organizzazione delle funzioni di controllo e di polizia dello Stato.

Non sostengo che l’accordo abbia prodotto sprechi, perché non ne conosco i costi effettivi. Chiedo però quali bisogni non soddisfatti lo giustificassero, quali risultati misurabili promettesse e perché fosse stato concepito senza un confronto con chi è già istituzionalmente specializzato.

Se lo stop annunciato dal Ministro Giorgetti sarà confermato, mi augurerò che diventi occasione per una riflessione più ampia, non per un’altra imbarazzante contesa tra amministrazioni finanziarie e forze di polizia.

Il pluralismo investigativo si difende con il coordinamento e la specializzazione, non trasformando ogni corpo o amministrazione nel doppione degli altri.

Da Bruxelles continuo a sognare un’Italia fatta di amministrazioni e corpi di polizia che non sprechino risorse per poi lamentarne la mancanza. Perché il denaro pubblico appartiene ai contribuenti. Ed un sano patriottismo, italiano ed europeo, consiste anche nel rispettare ogni euro e ogni ora di lavoro di chi serve lo Stato, a spese e nell’esclusivo interesse del cittadino.