Alessandro Butticé

Lavitola, Ranucci e i «professionisti dell’antimafia»: benvenuti a Pulcinellopoli

13 Agosto, 2026

Cultura Identità, 13 agosto 2023

Pensavo di averne viste abbastanza.
Mi sbagliavo.
Valter Lavitola ha confessato davanti al Gip di essere stato il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci. E ha fornito una spiegazione che, se confermata nei suoi contorni, sembra uscita non da un’inchiesta giudiziaria, ma da una sceneggiatura grottesca: avrebbe organizzato l’attentato « per fare aumentare il livello della scorta dell’amico ».

Sia chiaro: nulla, allo stato, consente di attribuire a Ranucci alcuna conoscenza o responsabilità nell’iniziativa. Anzi, in questa vicenda rimane la vittima. Ma proprio per questo la confessione di Lavitola impone una riflessione che va molto oltre le singole persone.

Eroi veri ed autoproclamati eroi di cartone

Leonardo Sciascia ci aveva messo in guardia, molti anni fa, dai «professionisti dell’antimafia». Un’espressione che gli costò critiche feroci, ma che non era affatto un attacco all’antimafia. Era, al contrario, una difesa dell’antimafia autentica contro il rischio della sua trasformazione in professione, carriera, patente morale e strumento di potere.
Il mio libro Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo, ha avuto l’onore della prefazione di Caterina Chinnici, figlia di un autentico eroe e martire della lotta alla mafia, il giudice Rocco Chinnici. Ho poi dedicato un intero capitolo a Carlo Alberto Dalla Chiesa, ai veri eroi come Giovanni Falcone, Paolo Borsellini e le loro scorte, e proprio ai «professionisti dell’antimafia», spesso autodichiarati eroi di cartone. Ho ricordato le troppe carriere di magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine, giornalisti e politici costruite sul sangue di autentici martiri, come con i quali talvolta qualcuno ha ben poco da spartire.

Benvenuti a Pulcinellopoli

Ho saputo sin da giovane tenente della Guardia di Finanza, per esperienza professionale diretta, che l’obbligatorietà dell’azione penale può produrre anche effetti perversi quando la macchina giudiziaria viene messa in moto da fonti interessate. Nel libro ricordo espressamente il problema delle lettere anonime e dei « pentiti » pilotati, e la differenza enorme tra un procedimento nato da una denuncia formale e uno originato da una segnalazione anonima o interessata; e confronto il nostro sistema con quello francese, dove molte denunce palesemente persecutorie possono essere archiviate dopo una valutazione preliminare, visto che l’azione penale non é «obbligatoria».
Che qualcuno potesse «teleguidare» un’indagine attraverso una denuncia anonima o interessata, non è dunque una scoperta. Che un attentato possa invece essere organizzato, secondo la confessione del suo stesso mandante, per fare aumentare la protezione di un «amico fraterno» giornalista è per me una novità assoluta. Una di quelle vicende che fanno tornare alla mente la parola che utilizzo nel libro: Pulcinellopoli.
Pulcinellopoli non è l’Italia (e tanto meno Napoli ! Si tranquillizzino i miei amici partenopei). È la sua caricatura. È quell’Italia che alimenta all’estero lo stereotipo che ho combattuto per tutta la mia vita professionale nei servizi antifrode dell’Unione europea: il Paese delle mafie, dei corrotti, dei furbi e delle sceneggiate. Il mio libro nasce precisamente dalla volontà di raccontare un’Italia diversa da quella ridotta a «pizza, mafie, corrotti, frodatori e mandolino».
Perché esiste un’altra Italia. Ed è maggioritaria almeno nella mia speranza.

Un terzo di delinquenti, un terzo di ignavi e un terzo di eroi

Nel libro ricordo la provocatoria divisione degli italiani di un vecchio compagno  di liceo: «un terzo di delinquenti, un terzo di ignavi e un terzo di eroi». E soprattutto ricordo gli eroi silenziosi, quelli della normalità, che non cercano telecamere, scorte o medaglie. Tra loro ci sono certamente le donne e gli uomini in uniforme dei servizi scorte di Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza.
Ragazzi che per stipendi tutt’altro che faraonici passano giorni, notti e festività lontani dalle loro famiglie. Che accompagnano magistrati, politici e giornalisti minacciati. Che salgono su un’auto di scorta sapendo che, se un attentato fosse vero, sarebbero loro a trovarsi tra l’attentatore e la persona da proteggere.
Sono loro che questa vicenda dovrebbe indurci soprattutto a rispettare.
Perché mentre qualcuno costruisce – anche soltanto nella propria testa – strategie per aumentare il pedigree « anti mafia », e con esso la sua popolarità, o semplicemente una scorta, quella scorta è fatta di persone vere. Persone che rischiano davvero.

Per quel terzo di eroi

È anche per loro che continuo, attraverso il volontariato istituzionale, a servire l’Italia che ho servito in uniforme, anche nelle istituzioni europee, per quasi mezzo secolo. Nel libro ho scritto che, lasciato il servizio attivo, ho scelto di continuare questa difesa anche attraverso il giornalismo libero ed indipendente, pagando persino di tasca mia un’assicurazione per coprirmi dalle querele temeraria che potrebbero limitare questa libertà.
Perché quella è la mia Italia. Quella del terzo di eroi che pochi altri paesi al mondo possono vantare. Perché sono più beati di noi, secondo, la celebre citazione di Bertolt Brecht, e non hanno quindi bisogno di eroi (non avendo due terzi di delinquenti e di ignavi da portare sulle loro spalle).
Pulcinellopoli è un’altra cosa. E i veri servitori dello Stato, insieme ai veri giornalisti e ai veri eroi dell’antimafia, sono le sue prime vittime.