Alessandro Butticé

Qui Bruxelles…: Fiamme Gialle, orgoglio d’Italia. Ma il modo migliore per amarle è aiutarle a migliorarsi

1 Luglio, 2026

L’Identità, 1 luglio 2026 

Da Bruxelles, dove da oltre cinque lustri ho il privilegio di osservare l’Italia con gli occhi dell’Europa e l’Europa con il cuore di un italiano, guardo sempre alla mia Guardia di Finanza con un sentimento particolare. Non soltanto perché vi ho trascorso gran parte della mia vita professionale, sotto bandiere italiana ed europea, ma anche perché continuo a considerarla una delle più straordinarie espressioni dell’Italia e dell’Europa della legalità contro l’internazionale del crimine.

Il 252° anniversario a Foggia

Per questo ho guardato con sincera emozione alle celebrazioni nazionali che quest’anno, il 24 giugno, si sono svolte a Foggia, città simbolo di una terra difficile ma generosa, che ha meritato pienamente l’onore di ospitare un evento tanto importante. La scelta di Foggia ha rappresentato un riconoscimento non solo per il territorio, ma anche per il ruolo che la Guardia di Finanza continua a svolgere quale presidio della legalità economico-finanziaria e della sicurezza dello Stato.  

Un patrimonio e modello italiano in Europa e nel mondo

La Guardia di Finanza rimane infatti un modello organizzativo quasi unico nel panorama europeo e mondiale. Lo constatai già nei primi anni Novanta, quando fui il primo ufficiale del Corpo – ed il primo militare – distaccato stabilmente presso le Istituzioni dell’Unione Europea, alle quali lo feci scoprire. Lo posso confermare ancora oggi, dopo aver parlato con magistrati, investigatori e funzionari europei che continuano a guardare con grande rispetto e ammirazione alle competenze delle Fiamme Gialle nella lotta alla criminalità economico-finanziaria, alle frodi, al riciclaggio e alla tutela delle risorse pubbliche, nazionali e Ue.

È un patrimonio costruito da generazioni di finanzieri, spesso lontano dai riflettori, fatto di sacrificio, disciplina, onore e professionalità. Un patrimonio che merita di essere difeso con convinzione.

Proprio perché lo amo profondamente, però, credo che il modo migliore di onorare il Corpo non sia quello di limitarsi agli elogi o alla retorica celebrativa. Le istituzioni forti non temono l’autocritica. Anzi, la ricercano.

Statistiche, encomi e carriere vs “risultati concreti”

Un primo tema riguarda quella che talvolta appare una crescente attenzione ai risultati statistici. Le statistiche sono certamente necessarie per misurare l’attività amministrativa e di polizia giudiziaria, ma non possono diventare il fine dell’azione. Quando l’obiettivo rischia di trasformarsi nel numero delle verbalizzazioni, dei sequestri e degli arresti – ai quali seguono automaticamente «encomi» formali che formano titoli determinanti per le carriere dei singoli – anziché nel numero delle condanne definitive, dell’effettivo recupero delle risorse sottratte all’erario o della reale tutela dell’economia sana, si corre il pericolo di creare inutili processi e contenziosi, provocando danni a cittadini e contribuenti. Oltre che alla credibilità del Paese agli occhi del mondo. Pur senza produrre benefici concreti per lo Stato e la Giustizia. La vera efficacia investigativa, penale, amministrativa e tributaria, non si dovrebbe misurare soltanto contando i verbali, ma soprattutto valutandone i risultati finali, dopo sentenze e decisioni passate in giudicato.

 

I comandi interregionali hanno davvero senso?

C’è poi una riflessione da fare sull’impiego della quindicina di Generali di Corpo d’Armata del Corpo, oggi prevalentemente responsabili di comandi interregionali, che, a parte i Carabinieri, non trovano alcun’altra corrispondenza nell’organizzazione territoriale nazionale (Stato, Regioni, Province, Comuni). E che hanno l’unica funzione di dare comode poltrone sul territorio, a bassa responsabilità, ai gradi vertice. Secondo una corrente di pensiero che sento di condividere, questi dovrebbero essere sottratti ad una funzione di mera rappresentanza (che si sovrappone ai comandanti regionali) e collo di bottiglia operativo tra centro e territorio, divenendo responsabili di aree settoriali strategiche, non meno importanti di quelle prettamente tattiche e operative sul terreno, come la logistica, l’addestramento, o le altre articolazioni del Comando Generale (Personale, Operazioni, ecc.). Oltre che per altre funzioni davvero strategiche. Accorpando magari anche le funzioni di Capo di Stato Maggiore e di Comandante in Seconda. Visto che quest’ultima non caratterizza più il decano dei Finanzieri – quale era quando il comandante generale proveniva dall’Esercito – ed è stata di fatto completamente svuotata della sua originaria ragione d’essere. Attribuendo infine ad un Generale di Corpo d’Armata anche le funzioni, da accorpare tra loro, di Capo e Sottocapo di Stato Maggiore del Comando generale. Sul modello delle Forze Armate tradizionali, dove il Capo di Stato Maggiore corrisponde al Comandante Generale, mentre il Sottocapo è il responsabile dello Stato Maggiore.

Quel grammo di buon esempio al vertice, che vale sempre più di quintali di parole

Vi è poi un’altra riflessione, forse più delicata, che riguarda l’esempio offerto dai vertici. In ogni organizzazione militare il comando non si esercita soltanto con gli ordini, ma soprattutto attraverso la testimonianza personale. Quel “grammo di buon esempio” che, secondo San Francesco di Sales, “vale piú di quintali di parole” spese in discorsi e messaggi ufficiali. Le sempre più frequenti “porte girevoli” tra incarichi di vertice e successive e immediate posizioni, lautamente retribuite, in enti e società pubbliche rischiano di trasmettere ai quadri più giovani un messaggio non sempre positivo. Non sorprende, allora, se anche giovani ufficiali di elevato valore iniziano sempre più spesso, e sempre più presto, a guardare verso altre opportunità professionali. O dimenticare di essere Finanzieri quando sono distaccati presso altri organismi, nazionali e internazionali. O cercare contatti politici che possano aiutare la loro carriera.

La corsa per il dopo De Gennaro

Sotto questo profilo, la proroga dell’attuale Comandante Generale, Andrea De Gennaro, fino alla fine del 2026 – escludendolo però dal giro di poltrone per i vertici delle principali partecipate, conclusosi prima dell’estate -, viene letto da alcuni, oltre che come un indiscutibile riconoscimento da parte del Governo e del Capo dello Stato dei suoi meriti personali e professionali, anche come un altro segnale istituzionale importante. E cioè che la guida della Guardia di Finanza rappresenta priorità che prevale su ogni interesse personale. Perché é il punto di arrivo di una carriera al servizio dello Stato, e non un diritto acquisito a ricoprire altre prestigiose presidenze pubbliche dal primo giorno della pensione. E credo che questo sia un messaggio condiviso dalla stragrande maggioranza dei finanzieri di ogni ordine e grado e dei cittadini. In quanto le massime responsabilità istituzionali, come il Comando della Guardia di Finanza, dell’Arma dei Carabinieri o della Polizia di Stato, oltre che delle Forze Armate, dovrebbero essere vissute sempre e solo come servizio, non come tappa di un percorso personale. E l’indipendenza dei suoi vertici – che dispongono già, ed a giusto titolo, dei piú alti trattamenti economici e pensionistici tra i dipendenti dello Stato – dalle lusinghe e relative promesse clientelari di un futuro dorato post pensione, sarebbe solo una maggiore garanzia di servizio nell’interesse esclusivo dell’Istituzione, delle donne e degli uomini, che comandano. E quindi anche di tutti i cittadini onesti.

L’imbarazzo della scelta per Governo e Capo dello Stato

Questa proroga, dopo aver eliminato per limiti di età alcuni possibili potenziali candidati, ha aperto nuovi scenari – che si annunciano senza esclusione di colpi – nella corsa per la successione al vertice della Guardia di Finanza. Quello che è certo è che il Governo ed il Capo dello Stato, come nei precedenti avvicendamenti, avranno l’imbarazzo della scelta tra diversi Generali di Corpo d’Armata di assoluto valore. La grande maggioranza dei quali sono professionisti altamente preparati, di provata moralità, lealtà e fedeltà repubblicana e costituzionale, equilibrati e profondamente legati al Corpo. Che sono il frutto di una sapiente selezione fatta dai vertici che hanno comandato la Guardia di Finanza tra il XX ed il XXI secolo. Tra i quali non posso non ricordare un gigante come il Generale Nicoló Pollari, vero architetto della Guardia di Finanza del XXI Secolo e indiscusso principale artefice, tra l’altro, a partire dagli Anni Novanta, della proiezione europea e internazionale della Guardia di Finanza.

«Dalla parte degli onesti»

Da Bruxelles continuo a pensare che la Guardia di Finanza rappresenti una delle migliori risorse e immagini dell’Italia della legalità nel mondo. Un Corpo che – fatte salve le sempre inevitabili eccezioni individuali – ha saputo coniugare disciplina ed onore militare, competenza investigativa, cultura giuridico-economica e spirito europeo molto prima che queste parole diventassero di moda.

Per questo motivo il mio augurio personale, dopo che Foggia ha accolto le celebrazioni nazionali, è che accanto al legittimo orgoglio per i risultati raggiunti trovi spazio anche una serena riflessione sul futuro. Perché le istituzioni veramente grandi non sono quelle che si ritengono perfette. Sono quelle che non smettono mai di migliorarsi.

E credo sia proprio questo – evocando lo slogan della prima campagna di comunicazione istituzionale della Guardia di Finanza, che realizzai personalmente nel 1988 – il modo più autentico delle Fiamme Gialle di essere, oggi come ieri, “dalla parte degli onesti”.