Alessandro Butticé

Roberto Vannacci, un Generale al contrario

22 Agosto, 2023

Io, generale in congedo, sto col Ministro Crosetto, e spiego perché non voglio intrusioni di generali in servizio, come Roberto Vannacci,  nel dibattito politico

Formiche.net, 22 agosto 2023

Ho provato in molti modi in questi giorni, sui social ed in conversazioni con diversi colleghi e conoscenti, che mi chiedevano il mio pensiero a proposito del clamore agostano sucitato della pubblicazione del libro “Il mondo al contrario” dell’ex Comandante della Folgore e del Col Moschin, ancora in servizio, generale Roberto Vannacci.

Ho sostenuto da subito quanto meno l’inopportunitá, per un generale ancora in servizio, di questa pubblicazione. Inopportunità provata, se non bastassero argomenti di carattere costituzionale, che non tutti comprendono, dal clamore mediatico e dall’indubbio danno di immagine per le Forze Armate che ne è derivato. Clamore e danno dai quali il collega non può dirsi sorpreso, senza autoaccusarsi di grave carenza di capacità di discernimento. Qualità strategica essenziale, e parte dell’Arte Militare, che ogni generale deve avere. Che discenda da Giulio Cesare, Alessandro Magno, Sun Tzu o Annibale.

Sulla valutazione del grado di questa palese inopportunità, e dell’eventuale rilevanza penale militare o disciplinare, si è già espresso in una chiarissima intervista al Corriere della Sera il Procuratore Generale Militare Marco De Paolis.

Vannacci non merita la fucilazione, ma nemmeno una medaglia

Dal contenuto dell’intervista del Procuratore Generale, che non ha tuttavia competenza all’apertura di un eventuale procedimento, che è invece della Procura, appare dubbia, anche se non esclusa a priori, una contestazione penale. Risulta tuttavia molto probabile, almeno, la contestazione di una violazione disciplinare, passibile quindi di sanzione disciplinare. Che, a mio avviso, dovrebbe essere una sanzione di corpo (richiamo, rimprovero, consegna o consegna di rigore). Riterrei infatti sproporzionata al caso una sanzione di stato (che vanno sino alla perdita del grado per rimozione), come richiesto al Ministro della Difesa, con toni anche fuori dalle righe, ed in tempi incompatibili con i procedimenti disciplinari dello stato di diritto, da chi dimostra poca dimestichezza con la materia.

Ho provato a spiegare in vari modi a chi continua a sostenere che al Generale Massacci non ci sia davvero nulla da rimproverare, e che meriterebbe persino una medaglia per quello che ha scritto, le ragioni per le quali, finché in servizio, non avrebbe dovuto pubblicare il suo libro.

L’ho fatto da giurista, da giornalista, da patriota italiano-europeo e, soprattutto, da generale in congedo assoluto del ruolo d’onore della Guardia di Finanza, e figlio di ufficiale dell’Esercito Italiano.

Perché il Generale Vannacci ha sbagliato, a prescindere dai contenuti del suo libro

Perché il generale Vannacci ha sbagliato, e bene ha fatto il Ministro Crosetto a non difenderlo, come avrebbero voluto alcuni suoi compagni di partito ed elettori, provo a spiegarlo ai miei lettori, compresi alcuni militari, in servizio e in congedo, che, in sicura buona fede, so non condividere ancora le mie stesse preoccupazioni. E provo a farlo con un linguaggio che spero sia comprensibile anche da chi, soprattutto a centro destra, dovrebbe essere grato al Ministro Crosetto per il modo impeccabile e rapido col quale il Ministero della Difesa sta gestendo la questione, ed accettare che il Generale Mannacci ha sicuramente bagliato.

Non lo farò sul contenuto del libro, che ho ovviamente letto, perché non reputo necessario entrare nei dettagli e ripetere quanto detto da altri.

Mi limito a dire che è fatto in gran parte di ovvietà, descritte con una narrativa non inedita, solo in parte censurabile, ed in alcune parti – non tutte, ovviamente – persino condivisibili da chi scrive. Non solo da molti degli elettori della maggioranza di governo.

Che hanno suscitato questo clamore, solo perché sono state scritte da un generale dell’Esercito in servizio, ex comandante dei reparti speciali, non certo da Vannacci, che non lo conosceva nessuno. Come ha giustamente affermato il Procuratore Generale Militare De Paolis, precisando che “non può nascondersi dietro la libertà di espressione come un privato cittadino qualunque”.

Due sono le ragioni principali, che anche il centro destra non può sottovalutare

Le ragioni principali per le quali, a mio avviso, il generale Massacci non doveva pubblicare il suo libro, sinché in servizio, sono sostanzialmente due. Che sinora non mi sembrano essere state evocate con la necessaria fermezza.

Ha dato ragione postuma al timore di Michela Murgia

La prima, è che il fatto che un Generale italiano – per la prima volta in questo secolo – possa ergersi a minaccia per l’Italia, o anche una parte, seppure non maggioritaria, dei suoi cittadini, crea disagio e squalifica la categoria degli Ufficiali si tutte le Forze Armate.

Michela Murgia, buonanima, si lamentò dell’uniforme del Generale Francesco Paolo Figliuolo, perché diceva che non le ispirava fiducia.

Commento che, chi scrive, all’epoca considerò ingiustificato e strumentale, oltre che inutile.

Il Generale Vannacci, invece di servire in silenzio e darle quindi torto nei fatti, con “un grammo che vale più di un quintale di parole”, come ricordava San Francesco di Sales, ha invece esternato pubblicamente, ancora in servizio e senza motivo, ovvietà che in molti già pensano e sostengono pubblicamente e, quindi, alla fine, le ha dato fondalmentamente ragione. Dimostrandosi indisciplinatoinaffidabile e insidioso, in considerazione del suo alto grado, per la credibilità e l’affidabilitá democratica di tutte le Forze Armate.

Non posso infine non segnalare l’assenza, nel suo «mondo al contrario», di un  solo paragrafo sul «sistema giustizia» denunciato da Luca Palamara. Mi è impossibile credere che sia una dimenticanza, e  neppure che il collega non lo ritenga «al contrario» della giustizia giusta. Mi viene invece  naturale pensare che, furbescamente, lo abbia omesso solo per calcolo personale. Prevedendo di dover fare i conti con la giustizia, se non penale, almeno amministrativa, per difendersi dagli addebiti che – sarebbe ingenuo se non li avesse messi in conto – gli verranno contestati dal Ministero della Difesa, al termine dell’inchiesta immediatamente richiesta dal Ministro Guido Crosetto, che sta dimostrando  nei fatti di essere Ministro di tutti i militari e di tutti gli italiani, e non solo di una parte.

Ha creato un pericoloso precedente per la democrazia

La seconda, e forse più importante ragione, è che non si può permettere che, emulando Vannacci (l’esempio del superiore è parte della disciplina militare, e l’emulazione é molto diffusa nelle Forze Armate), o approfittando della pretesa «normalitá» della sua entrata a gamba tesa nel pubblico dibattito politico, pur indossando ancora l’uniforme, tra 10 o 30 anni, un generale mussulmano ex comandante dei reparti speciali si possa arrogare il diritto di scrivere un libro dove auspichi pubblicamente l’introduzione della sharia in Italia. Con il prevedibile consenso di cori da stadio delle maggioranze o minoranze del momento.

Bisogna pure evitare, signori cultori della “normalità”, che un generale lgbtqia+ in servizio possa pubblicare un libro dove sostenga (sempre come esempio provocatorio, alla Vannacci) la supremazia intellettuale e culturale della comunità lgbtqia+ (tutti i miei amici gay hanno livelli intellettuali e culturali molto elevati) auspicandone titoli preferenziali per l’insegnamento nel sistema scolastico e universitario.

Io penso che il Generale Vannacci, che, con grande probabilità, prevedo che l’anno prossimo sarà eletto al parlamento europeo,  non abbia nulla da temere sul piano personale. Neppure se dovesse subire una giusta, prevedibile e verosimilmente lieve sanzione disciplinare. Se non l’onore militare nei confronti di chi l’onore militare ce l’ha, o sa cosa significhi.

Ma chi scrive, assieme a tanti colleghi tuttora in uniforme, o che l’hanno indossata, che ho sentito in questi giorni, non vuole che nel nostro Paese, che è la Repubblica Italiana, e non una repubblica delle banane, generali ancora in servizio possano entrare liberamente a gamba tesa nel dibattito politico nazionale su temi controversi e divisivi come quelli trattati nel “mondo al contrario”.

Sogno anche che tale divieto venga introdotto, e fatto rispettare,  anche ai magistrati in servizio. La pubblica incontinenza di alcuni dei quali, in nome di una malintesa libertà di manifestazione del pensiero, che non dovrebbe mai essere avulsa da altri dettami costituzionali, é stata pessimo esempio per tanti servitori dello Stato come il generale Vannacci.

Ma poiché so che, almeno sinché io vivrò, questo resterà solo un sogno, mi limito a sognare.

Ma vorrei si evitasse che diventi invece realtà l’incubo che chi condivide le mie preoccupazioni sta vivendo in questi giorni con Vannacci. E cioè che le Forze Armate, negli ultimi decenni esempio positivo anche di sobrietà e compostezza nel panorama istituzionale nazionale, che, a fatica, con grande merito, e pagando anche il prezzo di tanto sangue versato, hanno rappresentato valori condivisi nell’unità nazionale, rientrino nella «normalità» (termine caro a Vannacci), di quella che io definisco «Pulcinellopoli».

Che non é l’Italia libera e democratica alla cui Repubblica tutti i generali (Vannacci ed io compresi) hanno solennemente giurato, almeno due volte (da allievo ufficiale e ufficiale), fedeltá.

 

Libertà di manifestazione del pensiero é diversa dalla pretesa impunità per quanto ha scritto o dice pubblicamente il generale VannacciFormiche.net, 29 agosto 2023

Formiche.net, 29 agosto 2023

La mia risposta a chi difende l’ex comandante dei reparti speciali col pretesto della libera manifestazione del pensiero.

Ho già avuto modo di spiegare su Formiche, il 22 agosto, perché considero il caso Vannacci un pericolosissimo precedente per la democrazia italiana.

Quello di dare licenza ai militari in servizio di entrare a gamba tesa nel dibattito politico, come avviene unicamente nelle repubbliche delle banane o in quelle islamiche.

Precedente che, se non stigmatizzato sia da destra che da sinistra, potrá giustificare un giorno, ad esempio, un generale musulmano che inneggi pubblicamente all’adozione della sharia in Italia.

Pericoloso precedente per la democrazia

Se non ci fossero i rischi derivanti dalla creazione di un pericoloso precedente per la nostra democrazia, e della inevitabile emulazione che alberga nel mondo militare, la migliore risposta al libro di Vannacci, sarebbe il silenzio.

Perché ogni critica ne aumenta giornalmente il consenso personale in larghe frange della popolazione. Non solo di destra. Che dimentica la scarsa originalità di un libro che non é altro che la strizzatina d’occhio al governo attuale, di un ex comandante dei reparti speciali che, per altre ragioni, dovendosi occupare di carte geografiche, aveva ben capito che la sua carriera militare era terminata.  E che, con la sua pubblicazione, si è assicurato un futuro politico a breve termine. Seguendo il cattivo esempio di magistrati come De Magistris e Ingroia che, dopo essere stati censurati dal loro mondo professionale per i propri eccessi, si sono costruiti una nuova vita come “Partigiani della Costituzione”.

Ritorno invece a scrivere del Generale Vannacci, “Partigiano della normalità”, che ha dimostrato carente conoscenza e rispetto della Costituzione, come ben spiegato da Mario Rusciano sul Corriere del Mezzogiorno il 27 agosto, per fare una considerazione che non mi pare aver letto sinora nei numerosi commenti di questo agosto italiano.

Il dibattito sul “Vannacci traditore del suo giuramento”, o del “Vannacci Eroe che ha il coraggio di scrivere ciò che tanti pensano”, è sinora stato incentrato sul suo insindacabile diritto, per alcuni, e sull’inopportunità, per altri, di manifestare liberamente il proprio pensiero, ai sensi dell’art. 21 della Costituzione, anche su questioni così controverse, che fanno parte del dibattito politico nazionale ed europeo.

Nessuna censura esiste in Italia. Esiste lo stato di diritto.

Sia chi lo difende che chi lo accusa, non ha però osservato che Vannacci non ha subito alcuna censura, e che nessun limite è stato quindi posto alla sua libera e pubblica manifestazione del pensiero. Perché questa censura non esiste. In un Paese ed in un’Europa in cui esiste lo stato di diritto, e dove chiunque può pubblicare su Amazon un libro e comunicare liberamente sul web. A differenza di paesi, come la Russia di Putin, dove i dissidenti fanno la fine del comandante di Wagner, alla quale Vannacci, dopo essere stato addetto militare presso l’Ambasciata d’Italia a Mosca, oltre che alla destra italiana, strizza l’occhio nel suo libro. Inquetando per tali strizzatine d’occhio, che non sono del libero pensatore Roberto Vannacci, ma dell’ex comandante dei reparti speciali italiani ancora in servizio, ben più che per i suoi riferimenti di genere, razziali e di “diritto all’odio”, il Governo, il Ministero degli Esteri, i nostri Stati maggiori e la Nato.

La prova del fatto che nessuna censura esiste in Italia, è data dalla semplice constatazione che Vannacci ha liberamente pubblicato il suo libro, ne sta vendendo decine di migliaia di copie, e continua a commentarlo liberamente, rivolgendosi, pubblicamente, persino al Ministro della Difesa ed al Capo supremo delle Forze Armate, il Presidente della Repubblica.

E vogliamo quindi parlare di limiti alla libertà di manifestazione del pensiero in Italia?

Manifestando liberamente e pubblicamente il suo pensiero, ha scelto di violare il suo giuramento

Vannacci ed i suoi sostenitori, compresi alcuni alti gradi delle Forze Armate in congedo (ed è questa la cosa che più mi lascia sconcertato) sembrano ignorare, dimenticare, o fare finta di dimenticare due cose.

Innanzitutto, che Vannacci, generale in servizio, ha giurato fedeltá alla Repubblica Italiana ed osservanza della Costituzione (che contiene molti altri articoli, oltre al 21, i quali sanciscono diritti altrui, che Vannacci deve rispettare e tutelare, e doveri, che Vannacci deve adempiere) e delle leggi (comprese quelle che non piacciono a Vannacci o ai suoi sostenitori). E che ha giurato anche  “di adempiere, con disciplina ed onore”, a tutti i doveri del suo stato di ufficiale generale, non solo “per la difesa della Patria”, ma anche “per la salvaguardia delle libere istituzioni”.

Poi, ed è cosa che nessuno mi sembra abbia sinora ricordato, che la libera manifestazione di pensiero non costituisce alcun tipo di salvacondotto o immunità per chi, compresi i giornalisti, attraverso la propria libera manifestazione del pensiero, commetta un reato (come ad esempio la diffamazione, la calunnia, la divulgazione di notizie riservate, ecc.), o un illecito disciplinare. In altri termini, libertà di parola non possono mai diventare parole in libertà delle quali non ci si assuma la responsabilità.

Non c’è dubbio quindi, a mio avviso, che Vannacci non sia stato privato da nessuno del suo diritto di libera manifestazione del pensiero. Se non dalla legge, che lui ha deliberatamente scelto di non rispettare. Perché, da quanto mi costa, non ha neppure chiesto l’autorizzazione alla propria gerarchia per la pubblicazione del libro, del quale continua a parlare liberamente in pubblico. Assumendosene coscentemente le conseguenze.

Come non c’è dubbio, sempre a mio avviso, che abbia palesemente violato, attraverso questa sua scelta, diverse norme, anche di carattere costituzionale. Ma, soprattutto, ha violato il proprio giuramento di “adempiere, con disciplina ed onore, tutti i doveri del suo stato” di generale di divisione in servizio nell’Esercito Italiano.  Paese membro dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione europea, al quale ha creato indubbi problemi, nel più difficile momento storico del Secondo Dopoguerra.

I generali ed i magistrati in servizio non hanno gli stessi diritti dei cittadini “normali”.

 il Riformista, 7 ottobre 2023

Da destra e sinistra, da settimane, viene invocato spesso a sproposito (e purtroppo unicamente per contingente interesse ideologico, di parte odi casta) l’art. 21 della costituzione. Che sancisce che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”

La maggior parte di chi lo invoca (vestendo persino toghe o uniformi) lo fa per difendere a spada tratta, o attaccare, rispettivamente, il Generale Vannacci e l’ormai insopportabile incontinenza verbale e comportamentale, di troppi magistrati. Alcuni dei quali sembra abbiano persino l’ardore di partecipare a manifestazioni anti-polizia, e di esprimersi in libertà sui social. Come fossero “normali” cittadini.

A questi, mi permetto di ricordare sommessamente, da artigiano del diritto e della libertà di manifestazione del mio pensiero, che la Costituzione andrebbe letta e rispettata nel suo insieme. Comprese le leggi e gli ordinamenti a cui essa fa espresso rinvio.

Indipendentemente dal fatto che tali leggi e ordinamenti, o gli stessi altri articoli della carta costituzionale, che non prevedono solo privilegi di casta, possano piacere o meno a lor signore e signori.

Perché la nostra Costituzione, come dovrebbe essere noto a tutti, non prevede solo diritti, per i cittadini, ma anche doveri.

Doveri, spesso dimenticati da chi è abituato conoscere e difendere solo i propri diritti, a cominciare da quelli di casta o di grado, che possono persino limitare alcuni diritti dei «normali» cittadini.I generali ed i magistrati in servizio non hanno gli stessi diritti dei cittadini “normali”

Non solo diritti, e privilegi di grado e casta, ma anche doveri.

Per i cittadini “non normali”, per usare un termine inflazionato da quest’estate, cui sono affidate “funzioni pubbliche” (come lo sono il generale Vannacci e tutti i magistrati), ad esempio, esistono anche gli articoli 54 e 97 della Costituzione.

L’articolo 54, sancisce che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

Mentre l’articolo 97, prevede che “i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari”.

Il “mondo al contrario” di certi magistrati italiani

Quello che penso a proposito della disciplina e dell’onore militare, dimostrato con la pubblicazione di un libro che non aveva sottoposto a visione ed autorizzazione preventiva dello Stato Maggiore, nonostante costituisca un intervento a gamba tesa, da parte di un alto grado delle Forze Armate in servizio, in un dibattito politico nazionale ed europeo, su temi controversi, l’ho spiegato il 22 agosto su Formiche. A sostegno della coraggiosa e istituzionale presa di posizione del Ministro della Difesa Guido Crosetto. Sempre su Formiche, il 29 agosto, ho spiegato perché la libertà di pensiero non sia immune dalla responsabilità che chiunque ha per quello che si dice e si scrive. Compresi i giornalisti.

Quello che penso invece del livello di disciplina e di onore di troppi magistrati italiani, e della loro imparzialità, che non deve solo esistere nei fatti, ma deve anche apparire pubblicamente, e che è stato cattivo esempio per tanti, non ultimo il generale Vannacci, l’ho scritto diverse volte su Il Riformista.

Molti dei miei scritti sono stati riportati nel mio recente libro “Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo”. Che mi permetto di citare qui solo perché tutti i diritti d’autore vanno a beneficio dell’Operazione Mato Grosso, di padre Ugo De Censi, e dello Sportello Anti-Stalking del Codacons. Ma anche perché è un libro nel quale, oltre a non essermi dimenticato, parlando anche delle cose da “mondo al contrario” del nostro pur splendido Paese, che io chiamo invece da “Pulcinellopoli” (dopo aver precisato che nulla ha a che fare, la definizione, con i napoletani, ai quali dedico invece un capitolo di lodi contro troppi stereotipi), non mi sono dimenticato delle anomalie della magistratura italiana.

Cosa succede in Europa?

Nei miei “pensieri in libertà” da “patriota italiano-europeo” mi sono anche soffermato sui doveri dei funzionari dell’Unione Europea. Quella Unione Europea che molti, in Italia, anche con toga (ed ora persino con uniformi), invocano, quando fa loro comodo, come garante della libera manifestazione del pensiero. E a volte anche di comportamenti, a mio avviso, incompatibili con i doveri costituzionali, che definirei quanto meno bizzarri.

Tutti i funzionari dell’Ue, di qualunque livello, hanno doveri, otre che diritti, che sono sanciti dal loro Statuto, che ha forza di legge. Alcuni di questi vincolano al loro rispetto i funzionari anche dopo la loro cessazione dal servizio. Come, ad esempio, quelli di integrità e discrezione nell’accettare determinate nomine o determinati vantaggi (articolo 16).

Il funzionario Ue non deve solo “astenersi da qualsiasi atto o comportamento che possa menomare la dignità della sua funzione” (articolo 12) ma, anche dopo la cessazione dal servizio, da ogni divulgazione non autorizzata di informazioni di cui sia venuto a conoscenza nel contesto delle sue funzioni, a meno che tali informazioni non siano già state rese pubbliche o accessibili al pubblico.

Il funzionario ha poi, ovviamente, diritto alla libertà di espressione. Ma essa trova limiti nel suo ”obbligo di lealtà e imparzialità” (articolo 17 bis).

E nel quadro di queste limitazioni da “civil servant”, se intende pubblicare o far pubblicare, solo o in collaborazione, un qualsiasi documento il cui oggetto riguardi l’attività dell’Unione, “ne informa preliminarmente la sua istituzione”. La quale, qualora sia in grado di dimostrare che la pubblicazione prevista è di natura tale da compromettere gravemente gli interessi legittimi dell’Unione, ne informa il funzionario per iscritto della sua decisione entro un termine di 30 giorni lavorativi a decorrere dal ricevimento dell’informazione. Se nessuna decisione è notificata entro tale termine, si considera che l’autorità che ha il potere di nomina non abbia sollevato obiezioni (Art. 17 bis).

Obblighi, quelli previsti dalle Istituzioni Ue per i propri funzionari che, che forse dovrebbero ispirare il legislatore italiano. Se non dovessero bastare le norme già esistenti, che basterebbe fossero rispettate da tutti. A cominciare da tanti magistrati.

In ogni caso obblighi previsti in tutti i Paesi dell’Unione europea e che, alla luce dei comportamenti di alcuni magistrati italiani, provocarono lo sconcerto, di cui ho pure dato testimonianza nel mio libro, del primo direttore generale dell’Ufficio Europeo della Lotta alla Frode (OLAF), il Procuratore bavarese Franz-Hermann Bruener. Il quale, avendo rappresentato l’accusa nel processo contro il leader della DDR Erich Honecker, mi confessò non aver mai assistito, in Germania, nemmeno in quel delicato contesto storico e giudiziario, alcuni atteggiamenti da “mondo al contrario”, da lui personalmente riscontrati, invece, nel comportamento di qualche magistrato italiano.

 

Vannacci: «carenza di responsabilità, con effetti emulativi e divisivi che ledono neutralità e terzietà dell’Esercito»

Formiche.net, 29 febbraio 2024

Il mio commento alla sanzione disciplinare comminata all’ex comandante dei reparti speciali.

Il 28 febbraio è stata resa pubblica la notizia della sanzione disciplinare comminata dal Ministero della Difesa al Generale Roberto Vannacci. Sanzione disciplinare che avevo previsto, e considerato ineluttabile, per le ragioni spiegate in due articoli pubblicati su Formiche il 22 ed il 29 agosto dello scorso anno (“Io, generale in congedo, sto col ministro Crosetto, e spiego perché”, e “Vannacci, la libertà di pensiero non è diritto all’impunità). Cioè immediatamente dopo la pubblicazione del suo libro “Il Mondo al contrario”. Pubblicazione che ho definito senza esitazione un pericolosissimo precedente per la democrazia italiana. E cioè quello di permettere ai militari in servizio, dopo il cattivo esempio di tanti magistrati, di entrare a gamba tesa nel dibattito politico. Come avviene unicamente nelle repubbliche delle banane o in quelle islamiche.

Precedente che, se non stigmatizzato sia da destra che da sinistra, e sanzionato, potrebbe giustificare tra dieci anni, ad esempio, un generale musulmano che inneggi pubblicamente all’adozione della sharia in Italia.

Le mie previsioni sanzionatorie si sono sinora rivelate fondate. Anche se vennero indirettamente confutate, lo stesso giorno del mio primo articolo, persino da un ex Capo di Stato Maggiore della Difesa. Il quale ha giustificato Vannacci, su queste stesse colonne, all’insegna della supposta carenza, a mio viso erronea, di un interesse militare o di servizio (per un grado quasi vertice, e non un semplice caporale) del contenuto del suo libro.

Interesse, «militare o di servizio», che doveva obbligarlo, prima della sua pubblicazione, a richiedere l’autorizzazione dello Stato Maggiore.  Come previsto dal Codice dell’ordinamento militare.

Le mie previsioni, peró, si sono sinora rivelate fondate solo parzialmente.

In quanto mi sono, sinora, sbagliato sull’entità della sanzione prevista. Che immaginavo inesorabile, come la sua candidatura al Parlamento europeo, seppure di lieve entità.

Mentre la “sospensione dall’impiego per 11 mesi, con conseguente uguale detrazione di anzianità e dimezzamento dello stipendio”, annunciata dall’avvocato di Vannacci all’Adnkronos, non può essere certamente definita una sanzione di lieve entità.

Compromissione grave del prestigio e della reputazione dell’Esercito

Sempre secondo il legale, la motivazione della sanzione – che rientra invece pienamente nelle mie previsioni – “stigmatizza le circostanze della pubblicazione del libro ‘Il mondo al contrario‘ che avrebbe asseritamente denotato ‘carenza del senso di responsabilità‘ e determinato una ‘lesione al principio di neutralità/terzietà della Forza Armata’, ‘compromettendo il prestigio e la reputazione dell’Amministrazione di appartenenza e ingenerando possibili effetti emulativi dirompenti e divisivi nell’ambito della compagine militare’.

Fatti e addebiti sicuramente gravi, come spiegato ad agosto. Perché, oltre alle leggi, hanno leso l’onore militare e violato il giuramento prestato. Per ragioni che non voglio ripetere.

Confesso tuttavia che il combinato disposto dall’asprezza della sanzione disciplinare, e dalla contestuale apertura di indagini giudiziarie per la gestione di fondi pubblici quando era addetto militare a Mosca, mi pone qualche interrogativo.

Non anto su quella che alcuni considerano già una sorta di vendetta a freddo, con uso improprio dell’indagine penale. Ma, soprattutto, per gli effetti finali che potrà avere sull’intera vicenda, che potebbe essere persino premiale. In quanto, salvo un ipotetico addebito, da parte della Corte dei conti, di un danno erariale derivante dal nocumento per l’immagine delle Forze Armate, alla fine, potrebbe diventare un ulteriore catalizzatore di consenso, anche tra molti che rivestono ancora un’uniforme, alla vigilia delle elezioni europee.

Sono ben consapevole che i tempi delle procedure amministrative, al pari di quelli della macchina giudiziaria, non sono prevedibili, pianificabili e neppure comprimibili. Ma la coincidenza temporale, che alcuni hanno maliziosamente definito «ad orologeria», potrebbe risultare più un vantaggio che una vera misura sanzionatoria.

E quindi un regalo per chi, come Vannacci, a mio modesto avviso, non ha rispettato la legge e onorato il suo giuramento. Ma che, una volta dismessa l’uniforme, avrà tutto il diritto di esercitare come meglio riterrà il proprio diritto alla libera e pubblica manifestazione del pensiero.

Cosa succede nel resto d’Europa?

A chi, ancora, si dimostra sorpreso dal fatto che il Generale, che alcuni considerano persino “eroico”, sia stato sanzionato, invocando a sua discarica l’articolo 21 della Costituzione, non ripeto quando già scritto in proposito il 29 agosto. E non ricordo nemmeno gli altri articoli della Costituzione, non meno importanti, che Vannacci era chiamato a rispettare e non ha rispettato. Né che comprendo la sua giá annunciata intenzione di presentare ricorso al TAR.

Voglio invece segnalare che, nel resto dell’Europa, il diritto alla pubblica manifestazione del pensiero, per determinate funzioni e soggetti, come ad esempio magistrati e militari, non è illimitato, come si vorrebbe pretendere in Italia.

Lo faccio limitandomi a due esempi: quello della Francia, e quello della Funzione pubblica dell’Unione europea.

La Grande muette francese

Quando il generale François Lecointre, attuale Gran cancelliere della Legione d’Onore, era Capo delle Forze Armate francesi, scrisse una dura lettera a tutti i militari. Che in realtà era rivolta ad un centinaio di alti ufficiali, e più di mille soldati, che avevano pubblicamente sostenuto che la Francia era “in pericolo“. Affermando che “l’islamismo e le orde dalle periferie” stanno trasformando il paese, che si sta “disintegrando“.

Lo fece affermando senza mezzi termini che per loro “la cosa più ragionevole” da fare era quella di “lasciare l’istituzione per poter rendere liberamente pubbliche le proprie idee e convinzioni“.

François Lecointre, passato alla storia come l’ufficiale che, durante la guerra nella ex Jugoslavia, ha comandato l’ultimo assalto «baionetta contro cannone» dell’Esercito francese, oltre ad avere dimostrato sul campo di essere un autentico eroe, ha confermato, a differenza di Roberto Vannacci, a mio sommesso avviso, di conoscere anche la grammatica istituzionale e costituzionale.

Qualità che dovrebbe essere indispensabile per essere un Generale, e non un semplice Rambo, e dirigere le forze armate di una potenza nucleare, oltre che di un paese democratico.

Sottolineò infatti – con una chiarezza che mi piacerebbe diventasse regola bipartesan accettata da tutti anche nel nostro Paese – come “l’obbligo di riservatezza imposto a tutto il personale militare è stato ampiamente trasgredito“, accusando i firmatari di “trascinare le Forze Armate in dibattiti politici in cui non hanno né legittimità né vocazione a intervenire“.

Ogni soldato è libero di pensare ciò che vuole”, scrisse, “ma spetta a ciascuno distinguere senza ambiguità tra la sua responsabilità di cittadino e quella di soldato“. Precisando che è la loro “neutralità” che permette alle Forze Armate di essere coinvolte “senza riserve e senza secondi fini“.

Non è quindi un caso che le Forze Armate francesi vengono chiamate “la grande muette”: la grande silenziosa.

Lealtà, imparzialità e libera manifestazione del pensiero della funzione pubblica Ue

Per quanto riguarda invece i funzionari dell’Ue, vige l’obbligo previsto dallo statuto, che, essendo un regolamento comunitario, ha forza di legge, in base al quale il funzionario deve astenersi da qualsiasi atto o comportamento che possa menomare la dignità della sua funzione.

Secondo le regole vigenti per la funzione pubblica Ue – che potrebbe a mio avviso ispirare le condizioni di pubblica manifestazione del pensiero per gli appartenenti alle Forze Armate e di Polizia italiane, ma anche per altre categorie, come magistrati e diplomatici – , il funzionario Ue ha certamente diritto alla libertà di espressione. Che é tuttavia condizionata al  «rispetto dell’obbligo di lealtà e imparzialità».

Ed il funzionario Ue che intenda pubblicare o far pubblicare, solo o in collaborazione, un qualsiasi documento il cui oggetto riguardi l’attività (che è molto larga) dell’Unione, il funzionario ha il «dovere di informarne preliminarmente la gerarchia». Gerarchia (Autorità Investita del Potere di Nomina, per essere corretti) che, qualora sia in grado di dimostrare che la pubblicazione prevista è di natura tale da «compromettere gravemente gli interessi legittimi dell’Unione, deve informare il funzionario per iscritto della sua decisione entro un termine di 30 giorni lavorativi a decorrere dal ricevimento dell’informazione».

Un ricordo a Sinistra ed un monito a Destra

Ultima notazione, per la memoria di chi, prevalentemente per ragioni ideologiche, a differenza di chi scrive, ha duramente attaccato Vannacci, a mio avviso solo perché nel suo libro ha scritto cose scomode alla Sinistra, è che Vannacci, per difendersi, si appella ad una errata interpretazione di norme volute dalla Sinista.

Nella sua invocata, ma male interpetrata, libertà di manifestazione del pensiero, si appella ad alcune norme del codice dell’Ordinamento militare, dimenticandone e disapplicandone però altre. Si appella, in particolare, ad alcune norme che, molti forse lo hanno dimenticato, é frutto delle “Norme di principio sulla disciplina militare”. Una legge del luglio del 1978 voluta con forza prevalentemente dalle sinistre dell’epoca, finalizzate alla cosiddetta “democratizzazione” del mondo militare. Che voleva tra l’altro consentire ai militari di leva, ed ai più bassi gradi militari, di partecipare alle manifestazioni studentesche e di piazza dell’epoca.

Una legge liberale che chiuse un’epoca in cui non erano nemmeno permessi giornali di partito all’interno delle caserme, e che aprì alle rappresentanze militari, progenitrici dei sindacati militari. Ma che nessuno certamente avrebbe pensato che, quasi mezzo secolo dopo, sarebbe stata utilizzata da un grado quasi vertice dell’Esercito, ex comandante dei reparti speciali, per scrivere un libro che parla di «normalità» raziale e di genere, e di «diritto all’odio», facendo strappare le vesti a chi, da sinistra, denuncia ora odore di fascismo, razzismo ed omofobia nelle Forze Armate.

Occhio quindi, a Destra, a non insistere troppo sulla libertà indiscriminata di pubblica manifestazione del pensiero per i generali in servizio. Perché potrebbero correre il rischio di pentirsene tra una decina d’anni. O forse meno.

Ma, soprattuto, occhio a dimenticare che Forze Armate e Forze di Polizia sono patrimonio di tutti. E vanno tenute fuori dalla lotta politica. Nell’interesse di tutti.

Il Generale Vannacci, da militare non può ignorare che la bandiera europea va rispettata

Start Magazine, 21 maggio 2024

Quello che penso dell’accusa di «ignoranza» rivolta dal Vicepremier e Ministro degli Esteri Antonio Tajani verso chi deride la bandiera Ue.

Negli ultimi giorni si sono riaccese derisioni della bandiera europea, che hanno costretto il Vicepremier e Ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani, a delle precisazioni a chi, da «ignorante», dimostra non conoscere ciò di cui parla.

Anche se nel mese di agosto scorso ho già avuto modo di esprimere per Formiche cosa pensi delle esternazioni editoriali del Generale dell’Esercito Italiano, ancora in servizio, Roberto Vannacci (da alcuni ribattezzato «Generale al Contrario»), è la sua «ignoranza», denunciata da Antonio Tajani, che, più di quella di altri, mi lascia ancora perplesso.

Ignoranza, o dimenticanza, che il Generale ha giurato ben due volte (una volta da allievo ufficiale, ed una seconda volta da ufficiale) osservanza della Costituzione e delle leggi.  Quella stessa costituzione che agli articoli 10, 11, 81, 97, 117 e 119, prevede l’unità europea. E quelle stesse leggi che comprendono la legge del 5 febbraio 1998, n. 22 in attuazione dell’art. 12 della Costituzione, sulla Bandiera della Repubblica italiana.

I riferimenti del generale Vannacci agli animali che individuano la Russia (l’orso) e gli USA (l’aquila), ma non l’Unione europea, dimostrano poi la sua ignoranza sullo spirito e le idealità di costruzione, nella pace e nelle libertà individuali, dell’Unità di Stati vagheggiata dai Padri fondatori della Casa europea. Unica costruzione sovranazionale dell’umanità fatta nella pace e nel consenso. Non nella supremazia, invasione, o guerra di seccessione, di uno stato su altri.bandiera

La bandiera Ue e la Costituzione italiana

Chi veste o ha vestito un’uniforme, dovrebbe sempre conformarsi al rispetto della Costituzione e delle leggi. Il ricordato art 11 della Costituzione, conformemente all’interpretazione datane dalla Consulta, impone infatti all’ordinamento italiano di promuovere le organizzazioni internazionali e i trattati internazionali cui l’Italia ha scelto democraticamente di aderire.

L’Italia, non dimentichiamolo mai, è uno Stato membro ma anche fondatore dell’Unione europea, cui ha aderito nel 1956. Continua ad aderire ed aderirà fino a quando una legge votata dal Parlamento – e non l’opinione personale di alcuni – stabilirà di denunciare il Trattato Ue.

Il generale Vannacci ignora poi che, secondo una pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 1963, l’Ue “costituisce un ordinamento giuridico di nuovo genere nel campo del diritto internazionale, a favore del quale gli Stati hanno rinunziato, anche se in settori limitati, ai loro poteri sovrani, ordinamento che riconosce tra i loro soggetti non soltanto gli Stati membri ma i loro cittadini”. Questo è noto come il principio dell’effetto diretto. E cioè che le norme Ue si rivolgono direttamente ai cittadini, nei settori di competenza.

Nel 1964, invece, la Corte di Giustizia ha affermato un secondo importante principio tuttora valido. E cioè che “a differenza dei comuni trattati internazionali, il Trattato sull’Ue ha istituito un proprio ordinamento giuridico integrato nell’ordinamento giuridico degli stati membri, che i giudici nazionali sono tenuti ad osservare”. Ed è il cosiddetto principio del primato.

Nel giugno 1995, infine, il Consiglio dei capi di stato e di governo, riunito a Milano, decise che la bandiera europea fosse emblema ufficiale dell’Unione e la rappresentasse.

Da quanto appena detto si capisce meglio la logica del fatto che mettere in discussione la bandiera dell’Ue non va soltanto contro il diritto europeo, ma anche contro il diritto nazionale, e la stessa Costituzione. Alla stessa stregua dell’offesa alla bandiera italiana. Per un militare, inoltre, l’eventuale offesa della bandiera (Ma Vannacci, a mia conoscenza, non l’ha sinora offesa, tendo a precisarlo, incoraggiandolo a non farlo) è un atto di insubordinazione che è sanzionato penalmente in modo più grave che per il civile. Perché assimilato al tradimento ed ai reati contro la fedeltà e la difesa militare. Mentre per un militare in congedo, invece, è anche un tradimento del proprio giuramento, che lo rende indegno, ad esempio, di appartenere ad un’associazione d’arma.

Quando Vannacci si chiede quali animali rappresentino l’Unione Europea, mi viene da pensare che ignori che la bandiera europea simboleggia sia l’Unione europea, che l’unità e l’identità dell’Europa in generale. È costituita infatti da un cerchio di 12 stelle dorate su uno sfondo blu. Dove le stelle rappresentano gli ideali di unità, solidarietà e armonia tra i popoli d’Europa. Anche il cerchio è simbolo di unità, ma il numero delle stelle non dipende dal numero dei paesi membri, come vorrei ricordare al Generale Vannacci.

La bandiera europea nasce nel 1955, con simbolismo mariano

Il Consiglio d’Europa, impegnato nella difesa dei diritti umani e nella promozione della cultura europea, sceglie il disegno in uso ancora oggi, dopo che 9 maggio 1950, Robert Schumann presentava la proposta di creare un’Europa unita indispensabile al mantenimento di relazioni pacifiche fra gli Stati che la componevano. A Strasburgo venne costituito il Consiglio d’Europa con l’incarico di porre le basi di una futura federazione. Sempre nel 1950, il Consiglio bandì un concorso per realizzare la bandiera della futura Europa unita. Arrivarono 101 bozzetti e venne scelto quello di un grafico alsaziano, Arsène Heitz.

Il bozzetto piacque molto. Nel 1955, il Consiglio lo adottò ufficialmente, e la nuova bandiera venne diffusa in centinaia di migliaia di esemplari. Ma subito scoppiò lo scandalo. La bandiera era un perfetto simbolo mariano. È costituita, infatti, da 12 stelle poste in cerchio su sfondo azzurro. San Giovanni nell’Apocalisse, al capitolo 12, riferendosi alla Madonna, scrisse: “Apparve un segno grande nel cielo: una donna vestita di sole e sul suo capo una corona di dodici stelle”. E quella corona di dodici stelle divenne il simbolo della Vergine Maria. Simbolo che si vede in moltissime immagini realizzate lungo il corso dei secoli. Fu lo stesso Arsène Heitz a rivelare che per il bozzetto della bandiera europea si era ispirato al simbolo mariano delle dodici stelle. Raccontò che, quando seppe del concorso, stava leggendo la storia della “Medaglia miracolosa”. La “medaglia miracolosa” è un oggetto di devozione che risale al 1800. Una religiosa, Suor Caterina Labouré, oggi santa, viveva in un convento a Parigi e aveva delle visioni della Madonna. Un giorno, il 27 novembre 1830, la Vergine le chiese di far coniare una medaglia promettendo grazie a chi l’avrebbe tenuta con devozione, e fece vedere il bozzetto, come lei voleva la medaglia. La realizzazione fu piuttosto elaborata perché nessuno credeva alle parole della suorina. Ma poi la medaglia venne coniata e diffusa in milioni di esemplari nel mondo. Tra i credenti è ancora un oggetto diffusissimo ed ha fama di essere veramente prodigiosa, per questo viene chiamata la “Medaglia miracolosa”. Quella storia colpì molto Arsène Heitz, cattolico e devoto della Madonna. Si procurò una di quelle medaglie e vide che da una parte era raffigurata la Vergine e sull’altra un cerchio di dodici stelle che racchiude un anagramma costituito da una “M” (Maria), un “I” Jesus, sormontati da una croce. Subito, come egli stesso raccontò, pensò di preparare un bozzetto per la bandiera europea con quel simbolo mariano: le 12 stelle, su sfondo azzurro, il colore del cielo, in modo che la Madonna potesse proteggere gli abitanti di questa nuova Europa, dilaniata fino al recete passato da guerre fratricide.

Negli anni seguenti incoraggia le nuove istituzioni europee ad adottare la stessa bandiera.

Nel 1983 il Parlamento europeo decreta che la bandiera della Comunità sia quella già usata dal Consiglio d’Europa. Nel 1985, i capi di Stato e di governo dei paesi membri ne fanno l’emblema ufficiale della Comunità europea, poi diventata “Unione europea”. Inoltre, tutte le istituzioni europee hanno ora un proprio emblema.

Bandiera europea sugli edifici pubblici

L’uso della bandiera europea sugli edifici pubblici italiani è regolato dal D.P.R. 7 aprile 2000, n. 121, “Regolamento recante disciplina dell’uso delle bandiere della Repubblica italiana e dell’Unione europea da parte delle amministrazioni dello Stato e degli enti pubblici.”

La sentenza n. 183 del 4 ottobre 2018, della Corte costituzionale, nel dichiarare l’illegittimità̀ di alcune norme regionali venete, in ordine alla previsione di obblighi di esposizione della bandiera e del gonfalone regionale su edifici non regionali, ha anche fatto un riassunto del quadro normativo in tema di esposizione delle bandiere italiana ed europea.

Per tale ragione, anche diversi Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, riuniti in associazioni, nelle loro azioni di tutela del decoro della bandiera italiana e dei simboli della Repubblica, si impegnano da tempo anche per la stessa azione di tutela, prevista dalla legge, del decoro della bandiera europea. In linea con i principi di leale cooperazione tra Stati membri e UE di cui all’art 4.3 del TUE e del rispetto delle identità nazionali da parte della Ue – art. 4.2 TUE. Ma anche nel rispetto dei tanti per i quali quella bandiera rappresenta un ideale di pace, di libertà e di speranza. Come lo rappresentava per il giovane giornalista italiano Antonio Micalizzi, detto “l’europeo”, caduto nel dicembre 2018 a Strasburgo per mano di un terrorista. Spesso ricordato nella celebre foto in cui portava la bandiera stellata sulla propria testa.

Spero che il Generale Roberto Vannacci, una volta eletto al Parlamento europeo, non ignorerà e si ricorderà di quanto appena ricordato. Compreso il rispetto che ogni militare deve alla bandiera. Italiana ed Europea.

Perché Vannacci non si dimetterà spontaneamente dall’Esercito

Formiche.net, 4 settembre 2024

Il panorama culturale e sociale italiano è spesso animato da figure che riescono a polarizzare l’opinione pubblica attraverso iniziative controverse. Tra queste, il generale Roberto Vannacci, salito agli onori delle cronache per le sue esternazioni e pubblicazioni da alto ufficiale dell’Esercito ancora in servizio. Dall’agosto 2023, immediatamente dopo la pubblicazione del suo libro “Il mondo al contrario”, ho espresso la mia personale opinione in 3 articoli su Formiche ,  il 22 ed il 29 agosto 2023 (“Io, generale in congedo, sto col ministro Crosetto, e spiego perché”, e “Vannacci, la libertà di pensiero non è diritto all’impunità”) ed il 29 febbraio 2024 (Cosa racconta la sanzione disciplinare al generale Vannacci).

Ora, mentre sembra profilarsi una seconda inchiesta disciplinare per il suo secondo libro “Il coraggio vince”, dove tratta di argomenti che, ai sensi del Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare (TUOM), sarebbero soggetti ad autorizzazione dello Stato Maggiore, se non a riservatezza, mi è stato chiesto da diversi lettori un’analisi aggiornata dell’impatto della sua figura e delle sue azioni nei confronti delle Forze Armate.

La popolarità di Vannacci deriva dal suo essere Generale dell’Esercito

La carriera letteraria di Vannacci non è stata accolta con unanime entusiasmo, anche se, come avevo previsto nel mio primo articolo, gli è valsa l’elezione al Parlamento europeo. Con ben oltre 500 mila preferenze, che non è poca cosa. Sollevando però un polverone mediatico che ha visto molti critici, me compreso, sottolineare l’inappropriato collegamento tra il suo percorso politico personale e l’istituzione militaria che rappresenta. Partendo dal dato di fatto che quelle che lo stesso Vannacci ha definito «banalità», e sono state riportate nel suo primo libro, hanno avuto grande rilievo mediatico, valendogli l’elezione, unicamente perché scritte e dette da un alto grado dell’Esercito ancora in servizio. Mentre non avrebbero avuto lo stesso rilievo se fossero state proferite da un qualunque signor Rossi.

E questo perché l’Esercito italiano, come ogni altra forza armata della Repubblica, ha sinora rappresentato un baluardo di neutralità e indipendenza politica, a protezione di tutti i cittadini, e non solo di quelli che il generale in servizio Roberto Vannacci considera «normali». Oltre che di volano di unità, e non contrapposizione, nazionale.

Il Ministro della Difesa Crosetto ha sorpreso Vannacci

Vannacci non ha dato l’impressione, almeno a chi scrive, di preoccuparsi di questa delicata funzione di garanzia e unità, come dimostrano diverse sue pubbliche affermazioni impregnate da un linguaggio politicamente incendiario e polarizzante, nella sostanza, ancorché ammantato da una forma vellutata. Pubbliche esternazioni che non sono piaciute al Ministero della Difesa, diretto dal Ministro Guido Crosetto. Dal quale Vannacci sarà rimasto probabilmente sorpreso. In quanto, dopo che le procedure di valutazione gli avevano precluso la possibilità di essere promosso in servizio al grado superiore di generale di Corpo d’Armata, con la pubblicazione del libro “Il mondo al contrario”, dove ha utilizzato un linguaggio che poteva immaginare essere gradito al partito del suo ministro, FdI, si sarebbe forse atteso, se non l’agognata promozione, od un encomio, almeno una pacca sulla spalla. Non certo l’apertura di una procedura disciplinare a suo carico.

Ma Guido Crosetto, sorprendendolo, ha agito da Ministro della Difesa di tutti gli italiani, e non da semplice uomo di partito. Rimproverando a Vannacci di non aver agito come alto rappresentante delle Forze Armate della Repubblica italiana.  Con modi da Rambo che, come tutti sanno, nel celebre film, é un semplice soldato.  Che non dispone pienamente della grammatica anche istituzionale che deve invece avere, e dimostrare, un generale in servizio in un Paese democratico e fondato sullo stato di diritto.

L’invito di Carlo Verdelli alle dimissioni dall’Esercito e la risposta di Vannacci

Carlo Verdelli, sul Corriere della Sera del 29 agosto, aveva dato un consiglio a Vannacci: «compia uno di quei beau geste che la sua formazione contempla come eroici: si dimetta da generale e entri nell’agone politico come l’uomo qualunque che così sapientemente incarna».

Vannacci, con una lettera a sua firma pubblicata dal Corriere il 31 agosto, risponde a Verdelli che non lo farà, perché, scrive: «non è improbabile che un giorno io possa tornare al servizio militare attivo — come fece Cincinnato tornando alle sue terre».

È vero che Vannacci, non dimettendosi dall’Esercito, e restando in aspettativa per motivi politici, ha rinunciato (per il momento) alla pensione che gli spetterebbe all’attuale età di 56 anni. Pensione che avrà comunque (e a giusto titolo) quando maturerà i previsti requisiti di anzianità. Ma è anche vero che le sue dimissioni gli eviterebbero di beneficiare della normativa prevista per l’avanzamento dei militari eletti al parlamento nazionale ed europeo. Perché Vannacci, il giorno che dovesse far ritorno in servizio attivo nell’Esercito, sia pure per un solo giorno, e magari dopo essersi reso conto che a Bruxelles non gli fanno toccare palla, potrebbe essere promosso al grado di generale di corpo d’armata. E questo avanzamento di grado, indipendentemente dalla funzione che potrebbe essere chiamato a ricoprire, gli comporterebbe un legittimo personale e significativo ritorno economico, anche ai fini pensionistici. Con uno scatto stipendiale, ma anche pensionistico, che, tra il grado di generale di divisione e quello di corpo d’armata, non è affatto indifferente. Oltre, ovviamente, alla sua maggiore influenza, anche sull’elettorato fatto di commilitoni, vestendo ancora l’uniforme.

Roberto Vannacci e Ilaria Salis, due facce della stessa medaglia?

L’impressione che mi ha sinora dato l’onorevole Vannacci, sperando sempre di sbagliarmi, non mi fa quindi sperare che sia disposto a rinunciare a tale possibilità, attraverso un beau geste che darebbe prova di sensibilità verso l’immagine pubblica della sua Forza Armata. Che non è composta solo dai non pochi che, bisogna dirlo, a diversi livelli gerarchici, gli hanno sinora espresso la loro solidarietà e sostegno.

Questa situazione, a mio avviso, mette in luce una discutibile dinamica che affligge parte del tessuto sociale italiano, indipendente dal colore politico, che nel mio libro «Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano europeo» (scritto prima di sentire parlare di Vannacci, e pubblicato solo qualche settimana dopo il suo) definisco «Pulcinellopoli». Provocatoria definizione di quella parte del nostro Paese che non é l’Italia dei tanti veri eroi, la maggior parte silenziosi e della quotidianità, che hanno fatto e continuano a fare grande il nostro paese nel mondo. Ma quella, caricaturale, dove la realtà può persino superare i peggiori stereotipi. Nella quale l’elezione al Parlamento dell’indisciplinato (e per questo severamente sanzionato dallo Stato Maggiore dell’Esercito) generale Roberto Vannacci, e dell’insegnante accusata in Ungheria di essere una picchiatrice, oltre che condannata per occupazione abusiva di immobili altrui, Ilaria Salis, mutatis mutandis, e con le debite proporzioni nell’accostamento, appaiono essere due facce opposte, ma della stessa medaglia. Una medaglia che premia furbetti e falsi eroi, quando non (nel caso della Salis) autentici pregiudicati. I quali prosperano sull’acquiescenza di un pubblico che, in alcuni casi, come appunto quelli di Salis e Vannacci, li celebra e li eleva a simboli delle rispettive e opposte ideologie. Guelfe o Ghibelline che siano.

L’accennata continuità della carriera politica e militare cui Vannacci fa riferimento nella sua lettera, seppure legittima, perché consentitagli dalla legge, rappresenta tuttavia un esempio lampante di questa dinamica, in cui invece di essere riconosciuti per contributi positivi e costruttivi, alcuni riescono a prosperare attraverso provocazioni, polarizzazioni e conflittualità.

Perché Vannacci non dovrebbe fare come tanti magistrati?

Nominalmente, Vannacci, per giustificare le sue azioni, si appella agli esempi (a mio avviso pessimi) di alcuni magistrati. Tuttavia, paragonare la propria condotta a esempi criticabili non dovrebbe essere una difesa giustificabile all’interno delle forze armate repubblicane, che, da oltre mezzo secolo, sono un fiore all’occhiello nazionale, in Italia e nel mondo, per essersi distinte per affidabilità e professionalità, ma anche, e soprattutto, senso delle istituzioni democratiche e come entità politicamente neutrali e lontane da ogni dinamica partitica e dai dibattiti pubblici che ne conseguono.

Questa mia critica non vuole ridurre la complessità delle tematiche trattate a semplici dicotomie, ma solleva la necessità di riflettere su chi e cosa, vogliamo sostenere come società. Mentre i silenti eroi del quotidiano, all’interno delle Forze armate, delle Forze di polizia, della Magistratura, come degli altri corpi dello stato, ma anche del mondo civile, continuano a portare avanti il peso di valori come l’integrità, il rispetto delle norme (anche quelle che non piacciono, perché nella Costituzione non esiste solo l’articolo 21) e del loro servizio, è fondamentale chiederci in che misura la nostra società sia pronta a riconoscerli e a distinguerli dalle figure che generano più rumore e clamore che sostanza. Quando non, addirittura, un cattivo esempio per tanti piccoli Salis e Vannaci che crescono.

L’Italia è un paese ricco di immense potenzialità e ricchezze, anche umane, in tutte le sue forme. Per onorare questo patrimonio, è però essenziale discernere chiaramente tra chi costruisce, con quel grammo di esempio “che vale sempre più di quintali di parole”, e chi, invece, cavalca onde di notorietà momentanee. Criticare non significa sperare in un’utopia priva di errori, ma desiderare una società nazionale giusta e consapevole delle sue scelte e delle sue voci rappresentative.

Mentre osserviamo l’evoluzione della vicenda Vannacci e il suo sviluppo nel contesto del secondo libro e della nuova inchiesta disciplinare che, secondo Repubblica, potrebbe addirittura comportargli la degradazione a soldato semplice, credo sia il momento di riflettere profondamente, e collettivamente, al di là degli interessi di parte, sul valore della coerenza morale e istituzionale. Che dovrebbe essere sostenuta dall’esempio di chi ha maggiori responsabilità. E non deve avere colore partitico. Perché costituisce un bene supremo e comune.

Magistratura e Forze Armate neutrali rispetto alle polarizzazioni politiche baluardo di libertà e democrazia

Gli italiani dovrebbero riuscire a guardare avanti, sostenendo coloro che con quel grammo di esempio sostengono il nostro Paese.

Ricordando che é nell’interesse di tutti, della destra come della sinistra o del centro, avere una magistratura veramente indipendente e neutra rispetto alla politica, che non si appropri anche del diritto di legiferare. Ma anche di continuare ad avere Forze Armate italiane che siano, ed appaino anche, davvero neutrali rispetto alla dialettica politica e baluardo di difesa della Patria e salvaguardia delle libere istituzioni. Come strumento di unione e non divisione nazionale.

Un beau geste che sarebbe atto di amore per l’Esercito

Concludo ricordando, sia ai sostenitori che agli avversari politici di Vannacci, che la Costituzione ha statuito che anche i militari sono cittadini dello Stato, nonostante fino agli anni ’60 si sosteneva il contrario. La stessa Carta però, pur artefice di questa autentica rivoluzione giuridica, riconosce che i militari sono cittadini “speciali”. Perché istituzionalmente e prioritariamente incaricati dell’unico dovere di tutti i cittadini, definito “sacro” nella Costituzione. Quello della difesa della Patria. Devono pertanto accettare forti limitazioni e doveri stringenti. La disciplina è l’elemento che distingue la species dei militari, più di tutti gli altri servitori dello stato, nel genus dei cittadini. In quest’ottica è chiaro che la normativa disciplinare debba costituire, per i militari, motivo di vanto e orgoglio. Pronti, per libera scelta, anche all’estremo sacrificio, essi si sottopongono, oggi solo volontariamente, a rigide regole comportamentali di fronte a mansioni che loro concittadini “civili” affrontano senza un’uguale etica del dovere. Senza, cioè, un’uguale disciplina. Quella stessa disciplina che il Generale in servizio Vannacci, non l’Onorevole, a mio modesto avviso, ma soprattutto ad avviso dello Stato Maggiore che lo ha sospeso per 11 mesi dal servizio, non ha dimostrato di avere. Con l’aggravante del cattivo esempio che, in forza del suo alto grado, ha dato a tanti suoi sottoposti.

Come detto, le dimissioni di Vannacci dall’Esercito non sono un obbligo legale. Ma costituirebbero un servizio all’Esercito, oltre che alla parte politica che ha deciso di rappresentare come eletto dal popolo. Oltre che, sempre a mio modesto avviso, alla sua immagine e credibilità. Come Generale e Politico.